lunedì 11 aprile 2011

Il Sacerdozio insostituibile

Mons. Celada (Chiesa Viva 437-A)

Recentemente sono apparsi (vedasi le note) degli articoli che riguardavano il celibato ecclesiastico su laici e vescovi che, in qualche maniera, cercano di minare una parte, appunto, insostituibile della nostra Santa Fede Cattolica.
Ripropongo, qui, una serie di articoli, a vari livelli, sul tema del celibato ecclesiastico a partire da questo.
Tra le opinioni arrischiate e stravaganti che certa teologia moderna ha messo in luce, una di queste è l’ipotesi della sostituzione del Sacerdote nella celebrazione della Santa Messa.

Sacerdos alter Christus

Non solo lo spericolato Küng, ma anche altri scrittori dai quali si è soliti attendere l’ortodossia, hanno opinato che, in assenza prolungata di un Sacerdote, potesse un membro della comunità fungere da presidente dell’assemblea liturgica e pronunciare efficacemente le parole della Consacrazione.1
La rivista “Les Etudes”, che gode di alta autorità, nel numero di giugno del 1977, a firma di Bernard Feillet, scriveva: «Sentiamo venire un nuova pratica eucaristica, tanto necessaria alla fede e alla preghiera, che essa riconosce in qualsiasi ministro
di questa assemblea la capacità di ripetere i gesti e le parole del Signore».
Mi chiedo allora: perché sono stato ordinato Sacerdote? Per assicurare il passaggio;  indubbiamente, questa era la mia vita obbligata, per scoprire e condividere con tutti il sacerdozio della comunità?
Già si sta attenuando la differenza tra Sacerdoti e laici, però, noi cerchiamo di distinguerci spiritualmente.2
Il giorno in cui i Vescovi e altre comunità saranno disposti a vivere così, noi siamo pronti a delegare, per un certo periodo di tempo, all’uno o all’altro la presidenza per la celebrazione dell’Eucarestia.3
Questa dottrina, se non apertamente eretica, certo sfiora l’eresia, perché il Concilio di Trento ha definito che solo i successori degli Apostoli, in tutto o in parte, hanno i poteri di consacrare l’Eucarestia (Conc.Trid.949).
Il Concilio Vaticano II, pur dando risalto al sacerdozio mistico e spirituale dei fedeli, ha connotato la diversità essenziale del sacerdozio gerarchico, che proviene dal sacramento dell’Ordine con un carattere indelebile.
Questa dottrina tradizionale ribadisce Giovanni Paolo II nella sua Lettera al Clero (8 aprile 1979) rievocando in modo drammatico le di condizioni di quelle comunità nelle quali manca il vero Sacerdote ministeriale gerarchico: «Avviene talvolta che si riuniscono in un santuario abbandonato (i fedeli) e mettano sull’altare la stola ancora conservata e recitano tutte le preghiere della liturgia eucaristica; ed ecco, al momento che corrisponde alla Transustanziazione, scende tra loro un profondo silenzio, alle volte interrotto da un pianto... tanto ardentemente essi desiderano udire le parole, che solo sulle labbra di un  sacerdote si possono efficacemente pronunciare!
Tanto vivamente desiderano comunione eucaristica, della quale, solo in virtù del Ministero
sacerdotale possono diventare partecipi, come pure tanto ansiosamente attendono di sentire le parole divine del perdono: “ego te absolvo a peccatis tuis”. Tanto profondamente risentono l’assenza di un Sacerdote in mezzo  a loro!..
Questi luoghi non mancano nel mondo. Se, dunque, qualcuno di voi dubita circa il senso del suo Sacerdozio, se pensa che esso sia “socialmente” infruttuoso, oppure inutile, rifletta su questo!», (Lettera al Clero, par.10).
Riguardo al perdono dei peccati si può in caso di necessità ricorrere all’atto di contrizione perfetta che, con la promessa di confessarsi appena possibile, anticipa il beneficio della assoluzione, cancella i peccati e fa ricuperare la Grazia perduta.
Ma questa non è un’alternativa perfetta. Nessuno può avere la certezza del perdono che dà l’Assoluzione sacramentale. – Nemo iudex in causa propria.
Ma invece per la Santa Messa è indispensabile l’opera del Sacerdote propriamente detto, come è necessaria l’azione del Vescovo per consacrare un Sacerdote. Adunque il sacerdozio ministeriale e gerarchico, che differisce essenzialmente dal sacerdozio mistico dei fedeli, è insostituibile e tale potestà è indelegabile.
La storia ecclesiastica ricorda altresì i cristiani della Norvegia, che, essendo privi di un Sacerdote da oltre un secolo, si raccoglievano ogni domenica nella chiesa, stendevano un corporale sull’altare, vi posavano un calice e attendevano che un giorno tornasse un Sacerdote per deporre un’ostia consacrata e infondere il sangue di Cristo in quel calice vuoto. A nessuno di questi fedeli veniva in mente di sostituirsi al Sacerdote assente perché, come tutta la cristianità, avrebbe considerato una parodia quella pretesa sostituzione.
Altrettanto si narra di ciò che avvenne a Nagasaki quando i Missionari francesi ritrovarono, dopo tre secoli, un gruppo di cattolici discendenti da quelli che erano stati evangelizzati da San Francesco Zaverio. Essi, dapprima titubanti, interrogarono i nuovi missionari per riconoscere se erano cattolici, facendo loro certe domande sorprendenti: se celebravano l’Eucaristia, se avevano moglie, se riconoscevano un Uomo bianco-vestito che risiedeva a Roma.
Erano le garanzie di avere a che fare con Sacerdoti autenticamente cattolici.
Essi si erano mantenuti fedeli a Cristo e alla Chiesa mediante questi ricordi, la preghiera, con particolare devozione alla Madonna, e sostituendo alla Comunione eucaristica effettiva, la Comunione spirituale, che ne è il desiderio, la speranza, l’attesa, e ne produce alcuni effetti, come l’aumento della Grazia santificante e, occorrendo, la remissione dei peccati.
                                                                                                                   Stefano Gavazzi
Note mie:

1) Come nel caso di alcuni “Cattolici Adulti” tedeschi che hanno sottoscritto un documento per la formazione di viri probati che possano “supportare” la carenza di sacerdoti per mancanza di vocazioni.(chissà perché?)
Per gli approfondimenti si può leggere al seguente link: http://www.agerecontra.it/public/press/?p=8963

2) Oggi, dopo il concilio vaticano II e la protestantizzazione della liturgia con il NOM sono in voga i surrogati dell’ordinamento cioè i così detti movimenti ecclesiali che pian piano stanno di fatto sostituendosi ad esso ricalcando in tutto e per tutto la radice protestante da cui provengono.

3) Non sono pochi i vescovi che ritengono solo una disposizione ecclesiastica il celibato per alcuni approfondimenti si può leggere il link: http://blog.messainlatino.it/2011/03/guerre-cardinalizie-sul-celibato.html

mercoledì 6 aprile 2011

ALCUNE CONSIDERAZIONI SULL’ESEGESI DI BENEDETTO XVI

Recentemente è uscito il secondo libro del Santo Padre Benedetto XVI su Gesù di Nazareth, come è comprensibile sono stati inevitabili gli apprezzamenti, i commenti e le critiche che ogni parola, di così alto spessore, suscita da ogni parte del mondo a tutti i livelli.
Come peraltro lo stesso Santo Padre afferma nel suo primo libro queste sue parole possono essere oggetto di correzione (non mia) e discussione ed anche in questo caso, come troppo spesso accade ultimamente, risulta difficoltoso collocare ad un livello magistrale ciò che il papa esprime.
Mi limiterò, con pochissime licenze, a confrontare le affermazioni contenute nel libro, tratte da un articolo trovato sul web, con gli insegnamenti precedenti al CVII.
Le parole del Papa infatti sono in linea con quanto espresso in Nostra Aetate sull’accusa di deicidio da parte degli Ebrei.
In questo articolo confronterò le frasi del Santo Padre sulla responsabilità del popolo ebraico e sulla maledizione riportata in Mt 27,25 con alcune affermazioni dei padri e dottori della Chiesa divergenti da quelle riportate.
Leggo: Riguardo agli accusatori di Gesu', scrive ancora il Papa, "nelle risposte dei Vangeli vi sono differenze su cui dobbiamo riflettere". "Secondo Giovanni - ricorda - essi sono semplicemente i 'Giudei'".
Ma questa espressione, chiarisce, "non indica affatto come il lettore moderno forse tende ad interpretare - il popolo d'Israele come tale, ancor meno essa ha un carattere 'razzista'". In definitiva, infatti, "Giovanni stesso, per quanto riguarda la nazionalita', era Israelita, ugualmente come Gesu' e tutti i suoi". Cosi' come "l'intera comunita' primitiva era composta da Israeliti". In Giovanni, dunque, "tale espressione ha un significato preciso e rigorosamente limitato: egli designa con essa l'aristocrazia del tempio". Per Ratzinger, dunque, "nel quarto Vangelo il cerchio degli accusatori che perseguono la morte di Gesu' e' descritto con precisione e chiaramente delimitato: si tratta, appunto, dell'aristocrazia del tempio - ma anch'essa non senza eccezione, come lascia capire l'accenno a Nicodemo". Invece in Marco, "il cerchio degli accusatori - che risposero alla domanda se liberare Barabba o Gesu' - appare allargato". Il primo Vangelo usa infatti una parola che "ha un sapore negativo nel senso di 'plebaglia'". Ma, "in 
Gesù davanti a Pilato
ogni caso - tiene a precisare il Papa tedesco - con ciò non e' indicato “il popolo” degli Ebrei come tale".1
Il Papa sostiene che non sia stato tutto il popolo ebraico a volere la crocifissione di Cristo ma solo una parte dell’aristocrazia citando le parole di Giovanni che lo indica come “Giudei”, il che se non esclude la totalità neanche la nega, mentre Marco, indicando la “plebaglia” allargherebbe questo consenso (nella crocefissione) ed il termine pur non intendendo la totalità non mi sembra, anche qui, che la escluda.
Ma contrariamente a quanto sostenuto dal Papa regnante, un suo predecessore, disse queste parole: Uomini d'Israele, (tutti) ascoltate queste parole: Gesù di Nazaret - uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso operò fra di voi per opera sua, come voi ben sapete -,dopo che, secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, fu consegnato a voi, voi l'avete inchiodato sulla croce per mano di empi e l'avete ucciso. (tutti) Atti 2:22,23
Ma poco dopo Papa Pietro I dichiara: Sappia dunque con certezza tutta la casa di Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso!». Atti 2:36
Come la mettiamo?
Pietro forse ce l’aveva con quei pochi che in quel momento stavano ad ascoltarlo?
Sotto l’azione dello Spirito Santo avrebbe dovuto specificare quali ebrei sottoporre a questo giudizio, forse che lo Spirito Santo possa aver suggerito parole poco precise?
Il predecessore di Papa Benedetto XVI indica “con certezza” che “tutta la casa di Israele” crocifisse Gesù e siccome tertium non datur ……..
Non è possibile che Pietro abbia voluto far sapere a tutta la casa di Israele che solo quei pochi a cui stava parlando fossero i soli colpevoli del misfatto.
Avrebbe certamente detto “voi che avete ucciso Cristo fatelo sapere al resto della casa di Israele” visto che loro, i presenti che l’ebbero ucciso, già lo sapevano.
In effetti però ci fu un piccolo resto che non lo crocifisse, quello dei credenti, quello di cui faceva parte San Giovanni (e Nicodemo) che però non può essere annoverato tra gli ebrei come sostiene il Papa regnante.
L’apostolo afferma: Tutti voi infatti siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo.
Non c'è più giudeo né greco; non c'è più schiavo né libero; non c'è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. Galati 3:26-28
 «Non dicano i giudei: «Non abbiamo ucciso Cristo»! (Sant'Agostino Enarratio in Psalm. 63)
Altra voce autorevole è il dottore Angelico che dice: Parlando dei Giudei bisogna distinguere tra i maggiorenti e la gente del popolo.
I maggiorenti, che erano detti loro principi, certamente lo conobbero, secondo l'autore delle Questioni del Nuovo e dell'Antico Testamento [66], come del resto anche i demoni riconobbero che egli era il Cristo promesso: "infatti vedevano avverarsi in lui tutti i segni predetti dai profeti".
Essi però non conobbero la sua divinità: per cui l'Apostolo afferma che "se lo avessero conosciuto, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria".
Si noti però che tale ignoranza non li scusava dal delitto: poiché si trattava di un'ignoranza affettata
. (ST pIII Q47 a.5 r)
Essi furono infatti causa efficiente.
Che gli ebrei si macchiarono della colpa di deicidio fu chiaro per quasi 2000 anni sino al CVII.
Inoltre si leggano anche i seguenti passi del Vangelo:At 2, 12-15;At 4, 8-11;At 5, 29-30;At 7, 51-52;At 10, 27-41;1 Ts 2, 14-16.
Detto questo veniamo alle parole sul Vangelo di Matteo, l’articolo riporta questo virgolettato: "Secondo Matteo - rileva - tutto il popolo avrebbe detto: 'Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli'". Ma, spiega, "il cristiano ricordera' che il sangue di Gesu' parla un'altra lingua rispetto a quello di Abele: non chiede vendetta e punizione, ma e' riconciliazione. Non viene versato contro qualcuno, ma e' sangue versato per molti, per tutti". "Come in base alla fede bisogna leggere in modo totalmente nuovo l'affermazione di Caifa circa la necessita' della morte di Gesu', cosi' - conclude - deve farsi anche con la parola di Matteo sul sangue: letta nella prospettiva della fede, essa significa che tutti noi abbiamo bisogno della forza purificatrice dell'amore, e tale forza e' il suo sangue. Non e' maledizione, ma redenzione, salvezza".
A me sembra che quel condizionale lasci dubbi interpretativi mentre noi cattolici dovremmo dire: Matteo dice etc.
Infatti quando si riportano i testi delle Sacre Scritture da sempre si è soliti usare espressioni quali:disse, è scritto, dichiara, attesta e non: direbbe, sarebbe scritto etc.
I Giudei accettano la pena del sangue innocente su di loro e sui loro figli: <Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli>.
Qual è l’effetto del sangue di Cristo?
In Gen. 4,10 Dio dice a Caino:<Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo…?>.
La Lettera agli Ebrei ricorda questo testo parlando del sangue di Cristo, e dice che esso è <più eloquente di quello di Abele> (12,24).
Geremia dice ai suoi nemici: <Sappiate bene che, se voi mi ucciderete, attirerete sangue innocente su di voi> (26,15).(San Tommaso d’Aquino – Commento a Matteo 27)
Ma può darsi che il Cristo, in un primo momento, si sia preso in moglie la Sinagoga e sia vissuto con lei; e che successivamente questa non abbia trovato grazia davanti a lui. E la ragione per cui non trovò grazia davanti a lui fu che si trovò in lei qualche cosa di vergognoso. Che cosa, effettivamente, ci fu di più vergognoso – quando si trattò di liberare uno durante la festa – del loro aver preferito liberare Barabba, il ladrone, e condannare Gesù (14)? Che cosa c’è di più vergognoso del dire tutti contro lui: Crocifiggilo, crocifiggilo? e: Togli costui dalla terra ?
Come non sarà cosa vergognosa anche quel grido: Il sangue di lui ricada su noi e i nostri figli?
Ecco perché egli si vendicò. Gerusalemme fu circondata da eserciti, sovrastata dalla sua desolazione, la loro casa lasciata deserta e la figlia di Sion abbandonata, come capanna in una vigna, come casotto in un campo di cocomeri, come città assediata (Origene Commento a Matteo Libro XIV, 24 cap.19)
Anche in questo caso a me pare che il Santo Padre si allontani dalle interpretazioni pre-conciliari, patristiche e bi millenarie, quello che sostiene è molto ambiguo e per lo meno omissivo di un’altra  verità.
Il Sangue di Nostro Signore ha parlato sempre la medesima lingua come visto nel passo di Tommaso, semmai si sarebbe dovuto sottolineare che il Sangue del Redentore per alcuni proferisce parole di salvezza per altri di dannazione, per alcuni parla di riconciliazioni per altri di vendetta.
Mi spiace dover dire queste cose, purtroppo oggi non si vuol sentire più parlare di un Dio vendicativo o giustiziere ma la Croce dividerà comunque gli uomini: a destra le pecorelle ed a sinistra i capri, qualunque sia l’esegesi e da qualunque parte provenga.
Sant’ Agostino infatti dice: come si legge negli Atti degli Apostoli, molti di coloro che avevano crocifisso il Signore, che si erano macchiati dello spargimento del suo sangue, molti di quelli che avevano gridato: Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli, più tardi credettero all'annuncio degli Apostoli. Il suo sangue fu veramente sopra di loro, ma per lavarli, non per perderli. Su di alcuni, sì, lo fu per perderli, su altri per mondarli; sopra quelli che si perdettero egli fu giusto, sopra quelli che furono mondati fu misericordioso. E, anche adesso, forse che la fede è di tutti? Come allora tra i Giudei alcuni credettero altri non credettero, così è anche ora tra le genti: alcuni credono altri non credono. La fede non è di tutti. (Discorso 229F)
Allo stesso modo dell’Eucarestia la passione e morte di Nostro Signore Gesù sarà la vita o la morte la salvezza o la dannazione.
Inoltre sembra giusto affermare che il Sangue o Gesù stesso non  chiedano vendetta  perché val bene ricordare che furono gli stessi Ebrei ad attirare su di loro la maledizione, alla quale il Signore non fece altro che rispondere, mentre il Santo Padre esprimendosi in quel modo sembrerebbe attribuire a Cristo le parole proferite dagli Ebrei.
Vediamo cosa afferma Tertulliano «Se tu prendi, o Marcione, fra le mani il Vangelo della verità, conoscerai subito di chi sia la frase che trasferisce sui figli il delitto dei padri. è, cioè, di coloro che applicarono a sé stessi ben volentieri questa sentenza: «Il suo sangue cada su di noi e su i nostri figli». La Provvidenza di Dio, dunque, non fece che registrare ciò che aveva ascoltato. Quella sentenza - «Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli» - non fu sentenza di Cristo, bensì dei giudei, i quali sottomisero sè stessi e i loro figli a tale castigo. Iddio, tuttavia, sottoscrisse la sentenza dei giudei, tale quale l’aveva ascoltata dalla loro bocca; ma non fu Lui a pronunciarla. La Provvidenza divina ratificò soltanto ciò che altri avevano detto. Nessuna pena, nessun castigo viene da Dio. Sono gli uomini che si procurano pene e castighi e se li trascinano dietro» (Tertulliano, Lib. II contra Marcionem, c. 15: PL 2, 302.)

Giotto-Cristo davanti a Caifa

“Dunque, a dire il vero, non è Dio che «ha votato - com'è stato scritto - un popolo intero per secoli e per quanti ancora ne saranno, al male e al soffrire»; è, invece, proprio quel popolo che si è votato da sé alla pena e al castigo, commettendo ed assumendosi la responsabilità del delitto orrendo del deicidio. Nell‘economia divina appare quindi come Dio rispetta sempre la libertà di ogni singolo uomo, come di ogni popolo e di ogni nazione nella scelta del proprio destino. Aggiungiamo soltanto che poiché «i figli degli ebrei», non erano sulla piazza di Gerusalemme a decidere del proprio destino, «quantunque tale pena - come osserva San Giovanni Crisostomo (ca 345-407) - fu imprecata dai giudei sopra sè stessi e sopra i figli, tuttavia il misericordiosissimo Iddio mitigò quella sentenza, applicandola soltanto agli increduli, e risparmiando i fedeli». «Il misericordiosissimo Gesù - scrive il santo Dottore - nonostante che i giudei impazzissero sia contro sè stessi che contro i loro figliuoli, non volle condannare tutti, secondo la loro sentenza. E così, sia tra loro che tra i loro figliuoli scelse molti, i quali si pentirono ed ebbero da Lui favori e doni copiosi. Fu, infatti dei loro Paolo, e quelle molte migliaia, che a Gerusalemme accolsero la fede dei quali parlano gli Atti Apostolici» (San Giovanni Crisostomo, Hom. 87 in Mt.)

Ancora possiamo leggere cosa dice San Massimo: I giudei, gridando «Il suo sangue cada su di noi e sopra i nostri figli», affermano: «Se in questo affare vi è qualche colpa e se da essa dovrà seguire qualche vendetta che tu, o Pilato, temi, essa sia trasferita da Dio su di noi e sui nostri figli e noi e i nostri figli la sconteremo». (580 ca-662; Hom. III de Passione).
Nessuna empietà dunque, e nessuna mostruosità né in Dio né in altri; purché si comprenda bene la verità e si capisca in qual senso e per qual motivo la giustizia divina punisce il popolo ebraico, il quale da sé si assunse la responsabilità della morte dell’Unigenito del Padre. Furono puniti i giudei, uccisori di Cristo; saranno puniti i loro figli, sui quali i padri invocarono la punizione; ma soltanto se questi figli solidarizzeranno con i medesimi padri e non si convertiranno, e continueranno nella stessa ribellione contro Cristo, pietra angolare del nuovo edificio. Più di questo Dio stesso non poteva fare se è vero che ogni uomo, come ogni popolo e ogni razza, deve rimanere arbitro del proprio destino. E tutto questo e soltanto questo Egli fece e continua a fare nella Sua infinita bontà, che non può tuttavia prescindere mai dalla Sua infinita giustizia.” 2

Mi sembra chiaro che il Santo Padre qui voglia far credere che comunque vada il sangue di Cristo è salvezza per chiunque, niente di più niente di meno che la teoria della salvezza universale di De Lubac e spesso caldeggiata da lui stesso.(Spe Salvi 14)
Abbiamo visto che non stanno affatto così le cose e qui sorgono le solite disquisizioni sull’ermeneutica della continuità, continuità inesistente a meno di elucubrazioni tese a conciliare l’inconciliabile.
Ma se vogliamo parlare di continuità facciamolo pure ma continuità con il CVII perché come si può notare nulla di quello che sostiene il Pontefice è uguale a ciò che la Chiesa ha sempre detto.
Ora lo stesso grido dei Giudei conferma che furono loro a volere sin dall’inizio la morte di Gesù compreso l’episodio di Caifa.
San Tommaso dice che nei fatti dell’Antico Testamento oltre al senso mistico e figurale c’è quello letterale (ST  PI-II Q102 a. 2 ad), ciò non vale forse per il Vangelo?
Qui, anzitutto, l’affermazione di Caifa significa ciò che esprime cioè la volontà di uccidere Gesù!

Allo stesso modo quell'empio Caifa, loro maestro, principe dei sacerdoti, consigliando i Giudei a dare la morte a Cristo, questo disse: È meglio che muoia un solo uomo e non perisca la nazione intera.. E l'Evangelista commentò: Non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote in quell'anno, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione. Che vuol dire questo, fratelli? Grande è la forza della verità. Gli uomini hanno in odio la verità, ma inconsciamente profetizzano la verità. Non sono essi ad operare, ma si opera per loro mezzo. Dunque, questi testimoni falsi si fecero avanti simili a quei testimoni falsi per i quali il Cristo fu ucciso. (Sant’Agostino – Discorso  315)
O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Romani 11:33
Al di là di tutto era necessario che qualcuno uccidesse Gesù, come spiega il dottore Angelico e essendo gli ebrei la causa efficiente della sua morte come sostenuto in modo unanime dai Padri della Chiesa essi sono deicidi non certo i romani che furono la causa strumentale, totalmente ignari della sua divinità.
Ma se davvero non è degli ebrei la responsabilità della morte si dichiari infallibilmente che Tommaso, Agostino, il Crisostomo, Pietro e tanti altri papi si sbagliavano, al momento i due insegnamenti sembrano inconciliabili.

                                                                                                                      Stefano Gavazzi



Note:

1 Salvatore Izzo © Copyright (AGI)
2 CHI HA UCCISO GESU' CRISTO? P. ISIDORO DA ALATRI o.f.m. La responsabilità ebraica nella crocifissione del Signore. 1960


sabato 2 aprile 2011

I CATTOLICI CON LA PATENTE


Cercando di essere aggiornato sulle vicende di questa crisi della Chiesa post-conciliare sul sito del Dott. Colafemmina viene riportata in un video una danza, forse di iniziazione primaverile non so, di alcune donzelle che, come tanti cattolici patentati pensano di piacere a Dio in questo modo.
Nuovo culto cattolico
I cattolici patentati sono quei credenti appartenenti ai movimenti ecclesiali che vivono l’”esperienza religiosa” secondo gli insegnamenti dei leaders dei gruppi cui fanno parte chi più chi meno.
Uso questo appellativo dopo essere uscito da un gruppo di preghiera che decise di entrare a far parte del rinnovamento dello spirito, per carità composto di tutte brave persone a cui voglio veramente molto bene (ci sono anche quelli che lo fanno inconsapevolmente), ma pur sempre un movimento ecclesiale con la patente di cattolico.
Dico con la patente poiché tutte queste sette, neocatecumenali, carismatiche, focolarini e quant’altro hanno la patente di cattolici che gli  è stata consegnata dalla gerarchia ecclesiastica conciliare e postconciliare ma nulla hanno di cattolico in quello che insegnano, professano e manifestano.
Dunque riporto un estratto del discorso del parroco di Santi Pietro e Paolo di Oleggio Don Giuseppe Galliano ripreso dal sito dell’ottimo Dott. Colafemmina.
"Gesù non è l’Uomo del culto, è l’Uomo della vita. Gesù non battezza, non celebra la Messa, non confessa, non dà l’Unzione degli infermi, non celebra matrimoni o funerali. Gesù non fa tutto quello che costituisce l’apparato liturgico cultuale di ogni religione, anche della nostra. Gesù è l’Uomo della vita, porta il Divino nella vita. Noi, come Chiesa, abbiamo un apparato liturgico: la Messa, le Liturgie varie, alle quali si dà un’importanza esagerata, come se fosse il fine, non il mezzo.
Il vero Culto Cattolico dovuto a Dio Padre
Con questo versetto si vuole evidenziare che le varie liturgie sono un mezzo, per arrivare al fine, che è l’esperienza del Divino. La Messa è una cena con Gesù. Il Sacramento del matrimonio, a parte i due sposi, che celebrano le loro nozze, è un’esperienza di guarigione dell’Amore. Il funerale è un’esperienza di guarigione dalla perdita delle persone care. Significa, quindi, celebrare il Sacramento e le altre Liturgie, per farle passare nella vita."
Ora per questo parroco patentato la liturgia è un apparato, composto da messa ecc. a cui si da importanza in modo esagerato e la messa, cioè il sacrificio di Nostro Signore Gesù che si offre nuovamente al Padre per la nostra salvezza presente realmente sotto le specie del pane e del vino sarebbe solo una “cena con Gesù”, speriamo almeno che non cucini Giuda!
Questo concetto è PROTESTANTE e NON E’ CATTOLICO, esso ha solo la patente di cattolico!
Non può mancare certamente il concetto di esperienza divina basato sul sentimentalismo e sull’irrazionalità del tutto soggettiva visto che la liturgia ha poca importanza.
“L’incontro con Dio” è qualche cosa diverso nella Chiesa cattolica.
San Tommaso dice ad esempio che il giudizio più alto sulle cose divine è il settimo dono, quello della Sapienza, il quale ci fa gustare la presenza di Dio in noi attraverso una vita di profonda fede ed ascetica quindi del tutto oggettiva.
Val bene ricordare al parroco quanto detto da papa Pio XII: La sacra Liturgia è pertanto il culto pubblico che il nostro Redentore rende al Padre, come Capo della Chiesa, ed è il culto che la società dei fedeli rende al suo Capo e, per mezzo di Lui, all'Eterno Padre: è, per dirla in breve, il culto integrale del Corpo mistico di Gesù Cristo, cioè del Capo e delle sue membra. (Mediator Dei parte I)
Infine è necessario innanzi tutto adoperarsi a che tutti obbediscano con la dovuta riverenza e fede ai decreti pubblicati dal Concilio di Trento, dai Romani Pontefici, dalla Congregazione dei Riti, e a tutte le disposizioni dei libri liturgici in ciò che riguarda l'azione esterna del culto pubblico. (Mediator Dei parte II)
Cosa c’è da aspettarsi dalla gerarchia ecclesiastica quando non solo un’enciclica ma persino un intero concilio dogmatico ed una bolla “da valere in perpetuo” furono snobbati nella riforma del massone cardinal Bugnini.
Gesù avrebbe reso culto così a Suo Padre?
                                                                                                                    Stefano Gavazzi


                                                                    Guarda il video

mercoledì 30 marzo 2011

Il Card. Ferdinando Antonelli e la Commissione per la Riforma Liturgica

Il Cardinale Giuseppe Ferdinando Antonelli nacque il 14 luglio 1896. Il 25 luglio 1914, a 18 anni, veste l’abito francescano.

Il 25 luglio 1922 diventa sacerdote. Presso l’Antonianum, fu professore di Storia ecclesiastica antica e di Archeologia. Fu professore di Liturgia presso l’Istituto Internazionale dei Padri Carmelitani Scalzi e all’Apostolicum. Il 22 febbraio 1930 viene nominato Consultore della Sacra Congregazione dei Riti per la sezione storica, di cui, nel 1935 diviene Relatore Generale. Nel 1948 fu nominato membro della Pontificia Commissione per la riforma liturgica, compito che assolse fino al 1960. Durante il Concilio Vaticano II fu Perito e Segretario della Commissione Conciliare della Sacra Liturgia (con nomina il 4 ottobre 1962): la commissione che preparò lo schema della Sacrosanctun Concilium da presentare ai Padri conciliari.
Il 27 febbraio 1964, fu nominato Membro del “Consilium ad exequendam Constitutionem de S. Liturgia”. Il 26 gennaio 1965 venne nominato Segretario della Sacra Congregazione dei Riti.
Risultano molti suoi scritti de “re liturgia”, come anche due manuali di Liturgia preparati dall’Antonelli pla riforma liturgica grazie alla splendida figura di questo Cardinale che aveva una grande competenza liturgica, era molto stimato da Papa Paolo VI e partecipò in prima persona sia ai lavori per la stesura della Sacrosanctum Concilium, sia ai lavori del su indicato Consilium che aveva il compito di applicare la riforma.
er gli allievi. Si tratta di una figura non solo di alto profilo e di grande competenza liturgica, ma anche di grande comunione con la Chiesa: fu nominato Vescovo il 21 febbraio 1966 e ordinato dallo stesso Papa Paolo VI il 19 marzo successivo. Sette anni più tardi, sempre Papa Paolo VI, sotto il cui pontificato è avvenuta la riforma liturgica, nel Concistoro del 5 marzo 1973, lo creava Cardinale. Il libro di Nicola Giampietro sul “Card. Ferdinando Antonelli e gli sviluppi della riforma liturgica dal 1948 al 1970” (pubblicato dal Pontificio Ateneo S. Anselmo, con la prefazione di Aimé Georges Martimort) è uno strumento prezioso per avere, dall’interno, informazioni chiare e sicure su come si è sviluppata
CHE COS’È
IL “CONSILIUM”
“Tutte le riforme si attuano per Decreto, così la Costituzione Liturgica del Concilio è stata seguita dall’Istruzione “Inter Oecumenici” che indica le norme pratiche di attuazione” (op. cit., p. 223). “Il 25 gennaio 1964, Papa Paolo VI con il Motu proprio “Sacram Liturgiam” istituiva una Commissione che aveva il compito principale di attuare nel modo migliore le prescrizioni presenti nella Sacrosanctun Concilium.
Il nuovo organismo detto “Consilium ad exequendam Constitutionem de Sacra Liturgia, era composto anzitutto dai Cardinali Giacomo Lercaro (presidente), Paolo Giobbe e Arcadio Larraona; il segretario era il P. Annibale Bugnini. (FOTO) C’erano poi 200 consultori tra cui 6 protestanti: il dr. Georges, il canonico Jasper, il dr. Shepard, il dr. Konneth, il dr. Smith e fr. Max Thurian i quali per esplicita testimonianza din Mons. W.W. Baum (oggi cardinale) non furono semplici osservatori ma ebbero un ruolo attivo nella creazione della nuova messa (cfr. intervista al Detroit News del 27/06/1967). Delle prime adunanze di questo Consilium si parla nel diario dell’Antonelli e si deduce che egli prese parte attiva al momento progettuale e  decisionale” (op. cit., p. 225). Si ritiene di dover nominare dei consultori: “Non saranno pochi. Più ancora i Consiliari che dovranno esaminare gli schemi. I nomi dei Consultori non saranno pubblicati.
/…/
1^ ADUNANZA
Al termine della prima adunanza l’Antonelli annota: “Non sono entusiasta dei lavori. Mi dispiace del come è stata cambiata la Commissione: un raggruppamento di persone, molte incompetenti, più ancora avanzata nelle linee della novità. Discussioni molto affrettate.
Discussioni a base di impressioni: votazioni caotiche. Ciò che più mi dispiace è che i Promemoria espositivi e i relativi quesiti sono sempre su una linea avanzata e spesso in forma suggestiva.
Direzione debole. Spiacevole il fatto che si riaccende sempre la questione dell’art. 36 § 4. Mons. Wagner era inquieto. Mi dispiace che questioni, forse non tanto gravi in sé, ma gravide di conseguenze, vengano discusse e risolte da un organo che funziona così. La Commissione o il Consilium è composto di 42 membri” (op. cit., pp. 228-229)
2^ ADUNANZA
“I rilievi dell’Antonelli rivelano il clima nel quale si lavorava. Si viene a sapere che non c’erano solo discussioni su determinati problemi, ma che si facevano anche degli esperimenti liturgici veri e propri”(op. cit., p. 230). /…/
3^ ADUNANZA
“Dispiace lo spirito che è troppo innovatore.
Dispiace il tono delle discussioni troppo sbrigativo e tumultuario talvolta.
Dispiace che il Presidente non abbia fatto parlare, domandando a ciascuno il parere”(op. cit., p. 230).
5^ ADUNANZA
“Si proponeva di togliere il Confiteor dalla S. Messa. Dopo un intervento dell’Antonelli si decide che ci deve essere un atto penitenziale nella Messa e all’inizio. Si discute sul Kyrie e Gloria, sulla Liturgia Verbi e sull’offertorio. “Mi dicono che per l’offertorio è stato rilevato come il passo dei Proverbi 9, 1-2, sia cosa artificiale. Ma questo è proprio il sistema deprecato di Durando de Mende, di prendere cioè dei passi della Scrittura solo perché vi ricorre la parola di un rito. Nella Sapienza, i vini e i cibi sono i consigli e la dottrina che derivano dalla Sapienza, che cosa ha da vedere con l’Eucaristia? /…/ A conclusione della quinta sessione l’Antonelli esprime un giudizio preoccupato: “Lo spirito non mi piace. C’è un spirito di critica e di insofferenza verso la S. Sede che non può condurre a buon termine. E poi tutto uno studio di razionalità nella liturgia e nessuna preoccupazione per la vera pietà. Temo che un giorno si debba dire di tutta questa riforma quello che fu detto della riforma degli inni al tempo di Urbano III: “accepit latinitas recessit pietas”; e qui accepit liturgia recessit devotio”. Vorrei ingannarmi”
(op. cit., pp. 233-234).
6^ ADUNANZA
“Nelle ordinazioni si decide, con poca maggioranza, che i concelebranti impongano solo le mani (la materia) senza dire la formula (la forma). A mio modo di vedere la questione è grave e non si può permettere quanto è stato proposto da Dom Botte” (op. cit., pp. 234-236).
7^ ADUNANZA
“A questa Sessione, per la prima volta, hanno partecipato osservatori delegati di chiese protestanti. /…/ In merito all’ordinazione sacerdotale l’Antonelli osserva con sorpresa che, nell’allocuzione del Vescovo agli ordinandi, che è nuova, tra gli uffici del sacerdote non è citato il suo impegno principale: offrire il sacrificio eucaristico. Osserva che anche l’espressione usata dal Vescovo subito dopo per indicare agli ordinandi cosa devono fare “è una formula vaga e non si può accettare. Bisogna ammettere chiaramente che il sacerdote ha il preciso ufficio di offrire il sacrificio eucaristico”. Dopo un altro incontro di studio il Padre Antonelli annota: “Ho l’impressione che il corpo giudicante, che in questo caso erano i 35 Padri del Consilium presenti, non fossero all’altezza.
C’è poi un elemento negativo: la fretta di andare avanti con urgenza” (op. cit., pp. 236-237).
8^ ADUNANZA
“Nell’adunanza del 19 aprile 1967, Paolo VI intervenne personalmente e parlando del cammino in corso dell’attuazione della riforma liturgica, Paolo VI si disse amareggiato, perché si facevano esperimenti capricciosi nella Liturgia e più addolorato ancora di certe tendenze verso una desacralizzazione della Liturgia.
Però ha riconfermato la sua fiducia al Consilium. E non si accorge il Papa che tutti i guai vengono dal come sono state impostate le cose in questa riforma del Consilium”. /…/ È pessimo il sistema delle discussioni: a) gli schemi spesso vengono prima della discussione.
Qualche volta, e in cose gravissime, come quella delle nuove anafore, è stato distribuito uno schema la sera, per discuterlo l’indomani. b) Il Card. Lercaro non è l’uomo per dirigere una discussione.
Il P. Bugnini ha solo un interesse: andare avanti e finire. c) Peggiore il sistema delle votazioni. Ordinariamente si fanno per alzata di mano, ma nessuno conta chi l’alza e chi no, e nessuno dice tanti approvano e tanti no. Una vera vergogna. Non si sa quale maggioranza sia necessaria, se dei due terzi o quella assoluta. Altra mancanza grave è quella che manca un verbale delle adunanze. /…/ Viene deciso di rivedere la struttura e l’ordinamento del “Consilium”. /…/ Ecco cosa – tra l’altro - l’Antonelli scrive al Papa: “a) è molto diffusa, in gran parte del clero e dei fedeli, una notevole inquietudine per queste continue mutazioni. b) Questo stato di instabilità /…/ favorisce gli arbitri e abbassa sempre più il rispetto sacro delle leggi liturgiche. c) Gli esperimenti è necessario che siano pochi, limitati nel tempo e riservati a pochissimi ambienti qualificati, con persone responsabili.
Esperimenti in vasta scala e la larghezza, forse con la quale sono stati permessi, ha fatto sì che non pochi sacerdoti, un pò dovunque, si ritengano autorizzati a tentare le cose più stravaganti, con il pretesto che si fanno ad experimentum. d) È cosa nuova che un organo della S. Sede prepari da sé il suo statuto e lo approvi e che il Papa soltanto lo confermi. e) Nella nomina dei componenti il Consilium, compresi i Cardinali, come dei suoi Consultori e dei suoi organismi, per i quattro quinti la scelta è fatta dallo stesso Consiglio di Presidenza e al Papa spetta solo la conferma (è chiaro che se vuole può non confermare, ma in pratica è la scelta che determina). Il Papa così può scegliere direttamente e nominare solo una quinta parte, compresi, ripeto, i Cardinali. Queperché anche dopo Trento e il Vaticano I, terminato il Concilio, fu la Santa Sede che tornò ad avere piena autonomia” (op. cit., pp. 237-242).
RILIEVI FINALI
SUL “CONSILIUM”
“In uno scritto relativo a tutto il 1967, Mons. Antonelli espone le sue impressioni sulla situazione interna ed esterna al “Consilium”: 1) Confusione. Nessuno ha più il senso sacro e vincolante della legge liturgica. I cambiamenti continui, imprecisi e qualche volta meno logici, e il deprecabile sistema, secondo me,degli esperimenti, hanno rotto le dighe e tutti, più o meno, agiscono ad arbitrio; 2) c’è stanchezza. Si è stanchi delle continue riforme e si desidera da tutti di arrivare ad un punto fermo; 3) negli studi di più vasta scala continua il lavoro di desacralizzazione e che ora chiamano secolarizzazione; 4) da qui si vede che la questione liturgica /…/ si inserisce però a sua volta in una problematica molto più vasta, e in fondo dottrinale; 5) la grande crisi perciò è la crisi della dottrina tradizionale e del magistero” (op. cit., pp. 242-243). “l’Antonelli fa emergere il suo disappunto per le varie prese di posizione nei confronti della riforma liturgica perché pone la liturgia a fondamento della formazione cristiana e quindi si aspettava che la riforma liturgica venisse applicata seriamente con una certa calma e ponderato equilibrio” (op. cit., p. 247).
LA VERA RIFORMA
DEL CONCILIO?
Nei suoi appunti l’Antonelli ci aiuta a vedere quali erano i punti sui quali i Padri si basarono per stilare la Costituzione liturgica.
Dopo averne fatto l’elenco dettagliato egli, nei suoi appunti, sottolinea in rosso il problema della lingua volgare, quasi a significare l’importanza dell’argomento e i contrasti che ha generato. “Si tratta di due valori in conflitto. Il latino è certamente la lingua della liturgia latina da circa 1600 anni; è un segno e coefficiente anche di unità; è anche tutela della dottrina, non tanto per l’indole della lingua quanto perché si tratta ormai di una lingua che non è più soggetta a mutazioni; molti testi d’incomparabile bellezza non potranno mai avere nella traduzione la stessa efficacia; al latino finalmente è legato un patrimonio preziosissimo, quello melodico, gregoriano, polifonico. Dall’altra parte è fuori di dubbio che se vogliamo riportare i fedeli, tutti i fedeli, ad una partecipazione diretta, cosciente e attiva, bisogna rivolgersi a loro nella lingua che essi parlano.
La Costituzione ha scelto l’unica soluzione possibile in tali casi: la soluzione del compromesso: per certe parti, come il Canone, resta il latino; per le altre, quelle soprattutto che più direttamente si rivolgono al popolo, con le letture, la restauranda “oratio fidelium”, si introduca il volgare” (op. cit., p. 206).

Fonte: Fedeecultura

lunedì 21 marzo 2011

LA TRADIZIONE E LE FONTI DELLA RIVELAZIONE

Definizione e divisione

La nostra fede pone le fondamenta sulla roccia sicura che è Cristo il quale magnificamente portò a compimento il sacrificio offerto al Padre per la nostra salvezza lasciando a Pietro ed ai suoi apostoli il compito di tramandare la sua Divina Rivelazione non senza continuare l’opera nella Persona dello Spirito Santo.
Questo tesoro incommensurabile, il deposito della fede, (depositum fidei) viene tramandato di generazione in generazione per mezzo del magistero della santa Chiesa cattolica che il Redentore volle fondata Santa ed unica su Pietro.
Essa, sempre eterna e feconda trasmette, (dal latino tradere appunto trasmettere) con l’assistenza sicura dello Spirito Santo la Verità rivelata da Nostro Signore Gesù.
La tradizione, nella nostra fede, rappresenta una delle due fonti della rivelazione, la Chiesa è l’organo deputato proprio alla sua trasmissione e da queste prime parole già si evince l’importanza e la sacralità del compito affidato alla Chiesa ed al suo magistero nella persona di Pietro e  di tutti gli apostoli chiamati a non cambiare neanche una virgola della parola rivelata.
Gli strumenti atti alla trasmissione del deposito sono il simbolo della fede, gli scritti dei Padri, la pratica della Chiesa, gli atti dei martiri e i monumenti archeologici.
L’altra fonte della rivelazione è naturalmente la Sacra Scrittura.
Della Tradizione dobbiamo tenere in considerazione due aspetti non disgiungibili tra loro, pena cadere in errori modernisti, uno formale riguardante l’organo vivo quali le persone e l’istituzione ecclesiastica, l’altro materiale riguardante l’oggetto della trasmissione cioè la dottrina ed i costumi.
Separando o dando un primato all’aspetto soggettivo si incorrere nel pericolo di scambiare la Tradizione “vivente” con il magistero vivente (del papa regnante) considerandola “cangiante”.
Il magistero della Chiesa è vivente e cangiante ma non lo è di certo il contenuto della Tradizione che appartiene tutto al suo Rivelatore e che vive in eterno secondo le stesse parole di Cristo che dice: Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Matteo 24:35
La Tradizione si divide in:
a)      Tradizione divina
b)      Tradizione divino-apostolica
La tradizione divina è l’insieme degli insegnamenti e precetti direttamente rivelati a oralmente da Nostro Signore Gesù agli Apostoli, mentre quella divina-apostolica è quella che gli Apostoli ricevettero dallo Spirito Santo.
Noi, pertanto, riceviamo per mezzo del magistero della chiesa cum Petro e sub Petro ciò che gli Apostoli trasmisero ai primi discepoli, compito del magistero è quello di tramandare questi insegnamenti divini nel tempo ai fedeli mantenendoli inalterati.

Lo Spirito Santo e la Tradizione vivente

Fondamentale nella trasmissione del deposito è l’assistenza dello Spirito Santo il quale “v'insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14,26) dice il Signore, infatti lo Spirito ricorderà ogni cosa detta dal Signore poiché prende dal Signore e lo testimonia per mezzo della Chiesa.
Ma la tradizione si esaurisce con la morte dell’ultimo Apostolo pertanto lo Spirito Santo non aggiungerà nulla di quanto già detto da Gesù, è ovvio, è necessario dunque che questa tradizione si trasmetta in modo omogeneo ed intatto tenendo conto di confrontare eventuali “novità” secondo quanto insegna il Concilio Vaticano I: Dei sacri dogmi, quindi è da ritenersi sempre quel significato che ha determinato una volta la santa madre chiesa e non bisogna mai allontanarsi da esso, a causa e in nome di una conoscenza più alta.
Cresca pure, quindi, e progredisca abbondantissimamente, per le età della storia, l’intelligenza, la scienza, la sapienza, sia dei singoli che di tutti, di ogni uomo e di tutta la chiesa, ma solo nel suo ordine, nello stesso dogma, nello stesso senso e nello stesso modo di intendere, come disse San Vincenzo di Lerino (Commonitorio 28- eodem sensu et in eadem sententia).
Lo stesso padre diede una definizione del modo di intendere le novità la quale prevedeva di preoccuparsi che esse siano state credute sempre, ovunque e da tutti.(Commonitorio II)
Nella lettera Apostolica Munificentissimus Deus, meravigliosamente Papa Pio XII scrisse: Il magistero della chiesa, non certo per industria puramente umana, ma per l'assistenza dello Spirito di verità (cf. Gv 14,26), e perciò infallibilmente, adempie il suo mandato di conservare perennemente pure e integre le verità rivelate, e le trasmette senza contaminazione, senza aggiunte, senza diminuzioni. "Infatti, come insegna il concilio Vaticano, (il primo naturalmente) ai successori di Pietro non fu promesso lo Spirito Santo, perché, per sua rivelazione, manifestassero una nuova dottrina, ma perché, per la sua assistenza, custodissero inviolabilmente ed esponessero con fedeltà la rivelazione trasmessa dagli apostoli, ossia il deposito della fede" 
Solo mantenendo questa continuità di insegnamento la Tradizione risulta viva, questa vitalità va intesa solamente nella continuità con la dottrina ricevuta dagli Apostoli tenendola sempre distinta dal magistero vivente come sopra specificato.
La Tradizione è immutabile, sempre vera ed unica come immutabile, sempre vero ed unico colui che la Rivelò, interrompere questa continuità significa uccidere la Tradizione, essa rimane viva solo se conserva la sua natura.
Il magistero pertanto ha il compito di trasmettere ciò che ha ricevuto mantenendo inalterato il contenuto della rivelazione, i modernisti confondendo la Tradizione con il Magistero vivente la intendono come evolutiva, cangiante, eterogenea nella sostanza.

Il magistero vivente

E’ evidente che il magistero vivente è tale per il susseguirsi dei Papi fino alla fine del mondo, esso, come abbiamo detto è il custode del deposito e si esplica attraverso diversi strumenti tra i quali il dogma è il più importante.
Il dogma è una verità rivelata da Dio contenuta nelle due fonti della Rivelazione che ne  rappresentano il contenuto materiale (dogma materiale) e proposta a credere ai fedeli come necessaria per la salvezza dal Magistero della Chiesa che ne costituisce il dogma formale.
Chiunque neghi l’assenso a ciò che è definito dalla Chiesa come dogma formale è ritenuto eretico ed è ipso facto scomunicato.
La definizione dogmatica è appunto la dichiarazione con cui la Chiesa obbliga i fedeli a credere una verità rivelata.
Tale definizione può avvenire attraverso il magistero ordinario del Papa in maniera non solenne quanto al modo, ma evidentemente obbligante nella sostanza essendo o una verità rivelata da Dio o insegnata universalmente e costantemente da tutta la Chiesa, oppure attraverso il magistero straordinario o solenne quanto al modo ad esempio con un concilio ecumenico od una dichiarazione ex cathedra.
Altresì Pio IX nella sua lettera, Tuas libenter, indirizzata al vescovo di Monaco spiega che “quella obbedienza che concretamente si deve alla fede divina, ….. non si dovrebbe limitare alle verità espressamente definite da decreti dei Concili ecumenici o dei Romani Pontefici e di questa Sede Apostolica, ma deve estendersi anche alle verità che dal magistero ordinario della Chiesa, diffusa in tutto il mondo, vengono trasmesse come divinamente rivelate, e perciò dal comune e universale consenso dei Teologi cattolici sono ritenute materia di fede”.
Ricapitolando possiamo dire che il magistero è al suo più alto livello quando è straordinario o solenne mentre è ad un livello ordinario se è del Papa e dell’episcopato sparso su tutta la terra (magistero ordinario universale).
Pio IX racchiude il magistero ordinario infallibile entro il consenso teologico universale e costante in materia di fede. Universalità e costanza (oltre il proporre a credere come rivelato) sono la legge del magistero ordinario infallibile come pure della Tradizione (“semper, ubique, ab omnibus” Commonitorio II). Condizione indispensabile del magistero ordinario infallibile è che il Papa o il Papa e i vescovi sparsi fisicamente ciascuno nella propria diocesi, ma uniti dottrinalmente al Papa, espongano e trasmettano ai fedeli un medesimo ininterrotto insegnamento come dottrina rivelata o strettamente derivata dalla Rivelazione e quindi universalmente e costantemente ritenuta dalla Chiesa.
Da questo non si può però dedurre che il magistero ordinario sia sempre infallibile, se non ricorrono le condizioni suddette esso è infallibile solo se il Papa vuole proporre una verità come rivelata e costantemente ritenuta nella Chiesa cattolica.
L’infallibilità ,di cui ormai si vuol insignire ogni insegnamento papale, tranne quelli antecedente al CVII evidentemente, al fine di stravolgere le menti di coloro che troppo docilmente seguono la creatura piuttosto che il Creatore, presuppone la volontà di definire, obbligando a credere come dogma una verità contenuta nel Deposito della Rivelazione scritta o orale. Per cui il magistero è la regola prossima della fede, mentre Scrittura e Tradizione ne sono la regola remota.
Infatti, è il magistero della Chiesa che interpreta la Rivelazione e propone a credere con obbligatorietà ciò che è contenuto in essa come oggetto di fede, per la salvezza eterna.

Conclusioni

Il magistero quindi custodisce, spiega ed interpreta la Parola di Dio scritta ed orale, e il concetto di vera Tradizione è sempre collegato all’assistenza di Dio ed al magistero a patto che esse vengano  considerate in maniera distinta.
Il vero senso della Tradizione lo si avrà tenendo uniti i suoi due aspetti, quello soggettivo/formale con quello oggettivo/materiale come sopra detto, facendo prevalere il primo si corre il rischio di incorrere nell’evoluzione eterogenea del dogma, assolutizzare il secondo potrebbe condurre al rischio di non discernere tra vera e falsa tradizione come nell’evidente caso della comunione sulla mano.
Tra magistero e Tradizione vi è distinzione ma non separazione perché la Chiesa possiede e trasmette la Scrittura e la Tradizione.
Da tutto ciò risulta la parte essenziale che svolge il magistero nel dare, “tutti i giorni sino alla fine del mondo”, la retta interpretazione soggettivo/formale del contenuto dommatico morale della Tradizione, avendone garantito ieri la veridicità del contenuto passivo o oggettivo/materiale.

                                                                                                                      Stefano Gavazzi
Fonte: SiSiNoNo 31/05/2010 n°10