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giovedì 9 giugno 2011

L'ERESIA E IL CANONE DELLA MESSA

Si parla tanto di “liberalizzazione” della Messa Tridentina, si cerca l’assenso dei fedeli sulla validità e sulla legittimità del Novus Ordo Missae (art. 19 della Instrutio UNIVERSAE ECCLESIAE), anzi in definitiva li si obbliga a darlo, ma da ormai tre anni a questa parte, leggendo ovunque articoli, forum e quant’ altro, non ho potuto far a meno di constatare il lassismo che vige dopo il Concilio vaticano II.
Di fatto ho notato l’assenza di qualsiasi atto disciplinare o pena canonica anche per gli errori più gravi ed evidenti, salvo quelle famose scomuniche comminate, poi tolte, ai vescovi della Fraternità San Pio X.

Santo Concilio di Trento

Quanto meno non ne sono a conoscenza.
In effetti “quanto al tempo presente, la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore; pensa che si debba andare incontro alle necessità odierne, esponendo più chiaramente il valore del suo insegnamento piuttosto che condannando”. (DISCORSO DI APERTURA DEL CONCILIO VATICANO II Giovanni XXIII 11 ottobre 1962)
Eppure anche per uno che da poco è tornato realmente nell’unico ovile di Cristo saltano agli occhi i gravi abusi del Novus Ordo Missae e non si tratta di validità o di illegittimità ma di Fede.
Nell’approfondire il significato del Santo Sacrificio mi sono reso conto immediatamente della totale differenza dei due Ordo ma soprattutto mi ha colpito il Canone della Messa.
Il Concilio di Trento, come ben si saprà, nel canone 9 riporta quanto segue: Se qualcuno dirà che il rito della chiesa Romana, secondo il quale parte del canone e le parole della consacrazione si profferiscono a bassa voce, è da riprovarsi; o che la messa debba essere celebrata solo nella lingua del popolo; o che nell’offrire il calice non debba esser mischiata l’acqua col vino, perché ciò sarebbe contro l’istituzione di Cristo, sia anatema.
In realtà lo stesso cap. V della Sess. XXII così riporta: E perché la natura umana è tale, che non facilmente viene tratta alla meditazione delle cose divine senza piccoli accorgimenti esteriori, per questa ragione la chiesa, pia madre, ha stabilito alcuni riti, che cioè, qualche tratto nella messa, sia pronunziato a voce bassa, qualche altro a voce più alta.
La maggior parte di questi segni traggono la loro origine dai precetti o tradizioni apostoliche. . Tali segni fortificano ed incoraggiano i fedeli nella loro meditazione sugli elementi divini contenuti nel Sacrificio della Messa. Per salvaguardare questa dottrina, il canone 7 commina la scomunica a coloro che ritengono che questi segni conducano all'empietà e non alla pietà. Questo è un esempio per ciò che ho detto sopra: questo genere di dichiarazione, ed il canone che la sanziona, comportano un senso eminentemente teologico e non semplicemente disciplinare. (Cardinal Stickler -L'attrattiva teologica della Messa Tridentina Testo della Conferenza tenuta a New York (U.S.A.)
Maggio 1995)

Santo Concilio Vaticano I
Vorrei, poi, riportare ciò che l’allora Card. Ratzinger, sebbene con la sua ormai proverbiale ermeneutica della continuità, diceva a riguardo:«Non è affatto vero che la recitazione ad alta voce, ininterrotta, della Preghiera Eucaristica (SIC!) sia la condizione per la partecipazione di tutti a questo atto centrale della Celebrazione eucaristica.(ari SIC!) La mia proposta di allora era: da una parte l'educazione liturgica deve far sì che i fedeli conoscano il significato essenziale e l'indirizzo fondamentale del canone; dall'altra, le prime parole delle singole preghiere dovrebbero essere pronunciate a voce alta come un invito a tutta la comunità, così che, poi, la preghiera silenziosa di ciascuno faccia propria l'intonazione e possa portare la dimensione personale in quella comunitaria,(doppio SIC!) quella comunitaria nella dimensione personale.(Triplo SIC!) Chi ha personalmente vissuto l'unità della Chiesa nel silenzio della Preghiera Eucaristica ha sperimentato che cos'è il silenzio davvero pieno, che rappresenta insieme un forte e penetrante grido rivolto a Dio, una preghiera colma di spirito. Qui noi preghiamo davvero tutti insieme il Canone, sia pure nel legame con l'incarico particolare del servizio sacerdotale». J. Ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia, p. 211.
D’accordo, il Card. Ratzinger non era per la recita a voce alta (ininterrotta), ma è possibile che la sua difesa si basi sulla ”condizione per la partecipazione” (actuosa) e non sull’autorità del Concilio di Trento?
Il Concilio di Trento avrebbe imposto il canone a voce bassa per non far partecipare i fedeli al Sacrificio?
Questa sarebbe la spiegazione teologica del canone a voce bassa?
Abbiamo visto sopra come tutti questi gesti siano atti di pietà, tesi all’adorazione, al ringraziamento, alla propiziazione ed all’impetrazione della grazia.
E’ possibile che si possa scavalcare, come niente fosse un anatema, una così grave condanna?
Quali tenebre oscurano le menti dei fedeli e soprattutto dei pastori?
Non è possibile che non si riesca veramente ad usare il buon senso, quello comune ad ogni retta ragione, fondato sulla realtà delle cose.
Se recito il canone a voce alta è anatema!
Sed, contra factum non valet argumentum  e l’anatema rimane!
Oppure è uno scherzo?
Forse è uno dei tanti bau bau che il buon Padre ci ha insegnato per farci rigare dritti?
Ma la fede è una cosa seria o no?
La virtù di religione per questi ministri è una cosa seria oppure no?
La Chiesa è indefettibile o no?
A volte mi sembra di essere nel telefilm “il prigioniero”, una serie degli anni 70 dove egli era la sola persona (ex spia) che si rendeva conto di essere stato imprigionato in un mondo irreale solo perchè aveva ancora memoria di quello reale.
Siamo in un'altra chiesa o è ancora la Chiesa Cattolica?
Come può un sacerdote celebrare il Santo Sacrificio sapendo che pronunciando il canone ad alta voce incorre in un anatema?
Possiamo parlare di eresia?
Vediamo.
Per lunghi secoli il Canone fu recitato ad alta voce, poi in modo che fosse udito solo dai ministri dell’altare; ma almeno dal IX secolo si recita a voce sommessa. Le ragioni di questa evoluzione si trovano nella preoccupazione di non rendere note ai profani le parole del Canone perché non fossero ripetute. Difatti ancora nel XIX secolo era proibito dalla Santa Sede di tradurre il Canone anche ad uso dei fedeli. (don Mauro Tranquillo)
Inoltre, questo articolo dell’"Institutio" contiene in tutta evidenza un’importante contraddizione con la rubrica dell’"Ordo" tradizionale, secondo cui il canone non viene pronunciato "a voce alta e intelligibile". Questo fatto merita un’attenzione del tutto particolare, visto l’anàtema lanciato dal concilio di Trento: 
"Se qualcuno dice che il rito della Chiesa romana secondo cui una parte del canone e le parole della consacrazione sono pronunciate a bassa voce dev’essere condannato […], sia anàtema". 
Dichiarando che è la natura delle parti "presidenziali" (dunque della preghiera eucaristica e delle parole della consacrazione) ad esigere che esse siano pronunciate a voce alta e intelligibile, l’"Institutio" pone un principio valido per tutti i tempi, e afferma quindi implicitamente che il concilio di Trento su questo punto si è sbagliato
. NOVUS ORDO MISSÆ Studio critico di Arnaldo Vidigal Xavier da Silveira
Continuando con  il grande Dom Prosper Gueranger nella spiegazione della Santa Messa troviamo scritto:
Nel secolo XVII gli eretici giansenisti vollero introdurre la pratica di recitar il Canone della Messa a voce alta. Ingannato da essi, un successore di Bossuet, il cardinal de Bissy, aveva lasciato mettere la R. impressa in carattere rosso nel Messale che aveva fatto comporre per la sua Chiesa, secondo un diritto che i vescovi di Francia s'immaginavano allora d'avere. Questa R, in rosso significava naturalmente che il popolo doveva risponder ad alta voce con la parola Amen alle orazioni, e siccome non si può risponder a ciò che non si ode, bisognava di conseguenza che il sacerdote dicesse a voce alta tutto il Canone, che era precisamente ciò che desideravano i giansenisti. Questa pericolosa innovazione suscitò vive ed energiche proteste, ed il cardinal de Bissy stesso corresse questo suo errore.
Anche gli eretici giansenisti furono condannati da Papa Pio VI nella bolla “Auctorem Fidei” (Dell’Eucarestia §6).
In maniera incredibilmente contraria a quanto affermato nel Concilio di Trento l’Institutio Generalis riporta:”Congiunge le mani. Nelle formule seguenti le parole del Signore siano dette con voce chiara e distinta, come è richiesto dalla loro natura”.
Quale natura?
Non la stessa natura di quello del concilio di Trento!
Questo in definitiva è come dire: Il Concilio di Trento ha sbagliato!

Concilio Vaticano II

Ma se furono degli eretici a voler introdurre la pratica di recitar il Canone della Messa a voce alta e vi sono alcuni uomini di chiesa che vogliono che il canone sia recitato a voce alta, secondo un semplice ragionamento logico si conclude, dalle premesse, che questi ultimi uomini di chiesa sono come gli eretici!
In buona compagnia di tali uomini chiesa troviamo Lutero e Crammer che già avevano introdotto la recita del loro canone a voce alta.

L’angelico dottore, infatti, insegna, prendendo spunto da sant’Agostino (lettera 43,1), che non può dirsi eretico chi, seppur in materia di fede, difende la propria errata opinione con l’intenzione di cambiarla una volta provata la falsità della propria tesi: "Se uno difende senza animosità e senza ostinazione la propria opinione, sia pure falsa e perversa, e cerca con la dovuta sollecitudine la verità, pronto a seguirla quando la trova, non può essere annoverato fra gli eretici" , continua dicendo: poiché non ha la determinazione di contraddire l'insegnamento della Chiesa…….. su cose riguardanti la fede, ma che la Chiesa non aveva ancora determinato, come nel caso di quelli che recitavano il canone ad alta voce prima del IX secolo, come nella frase riportata di Don mauro Tranquillo.
Sarebbe invece eretico chi si opponesse ostinatamente a una simile definizione quando tali cose fossero state determinate dall'autorità della Chiesa universale (ST p. II-II Q 11 a.2 ad 3).
Sebbene nella ST san Tommaso citi l’autorità pontificia, nulla cambia, poiché in questo caso l’autorità è quella del Concilio di Trento (Magistero straordinario infallibile).
Rientra tra i dogmi definiti in maniera solenne quello riguardante il Sacrificio della Messa.
“Assenso dovuto a questi dogmi: assoluto alla luce della fede divina.
Chi lo nega: incorre nell'anatema e pronuncia un'eresia contro la fede divina, fa peccato mortale diretto contro la fede, deve subire una pena canonica”.
1
Secondo voi, nella Chiesa di Cristo sono eretici coloro che abbracciano qualche idea corrotta o cattiva, e corretti resistono con ostinazione, rifiutandosi di emendare i loro insegnamenti pestiferi e mortiferi e insistendo invece a difenderli".? (Agostino, De civ Dei 18,51)
Inoltre questi stessi, difendono senza animosità e senza ostinazione la propria opinione, sia pure falsa e perversa?
Secondo voi, cercano con la dovuta sollecitudine la verità, pronto a seguirla quando la trovano? 
Tali uomini della Chiesa di Cristo possono essere annoverati fra gli eretici?
Che cosa possono rispondere a queste nostre contestazioni: se esibiscono documenti scritti, li esibiamo pure noi; se affermano che i nostri sono falsi, non si sdegnino se diciamo altrettanto dei loro. Nessuno cancella dal cielo il decreto di Dio, nessuno cancella dalla terra la Chiesa di Dio.(Agostino, Lettera 43 9,27)

Stefano Gavazzi



venerdì 3 giugno 2011

CHE COSA E' LA MESSA (PARTE II)

Questa è la seconda ed ultima parte dell'insegnamento sulla Santa Messa.
Ogni giorno che passa questo Sacrificio viene sempre più minimizzato, dimenticato, scavalcato.
Io continuerò, per quanto sia nelle mie possibilità e per quanto nella Sua Volontà, a ricordarlo affinchè il santo Sacrificio sia ancora vivo nella mente e nel cuore per la salvezza di tutti noi.

Consacrazione

Noi ci siamo offerti a Dio come Nostro Signore ha offerto Se stesso al Padre suo celeste. L'essenza del Cristianesimo è quella di riprodurre nella vi­ta di ogni singola persona ciò che è avvenuto a Nostro Signore. La natura umana ch'Egli ha as­sunto è il prototipo o il modello naturale per cia­scuno di noi. Dal momento ch'Egli fu crocifisso, risorse e ascese nella gloria per redimere il mon­do, ogni individuo deve liberamente offrirgli la propria natura umana e morire al peccato per vi­vere nella grazia e nella gloria con LUI. La Messa rappresenta l'apice dell'incorporazione alla mor­te e alla gloria di Cristo.
Nell'Offertorio presentiamo noi stessi a Dio sotto le specie del pane e del vino. La Consa­crazione è il momento in cui si realizza la così d­etta "transustanziazione". Abbiamo incominc­iato a morire nella parte inferiore di noi stessi per vivere di Cristo. Il termine "transustanziazione” significa che - alle parole della Consacrazio­ne - la sostanza del pane diviene la sostanza del Corpo di Cristo, e quella del vino il Sangue di Lui. La Consacrazione ha come suo effetto una nuova presenza, senza spargimento di sangue, dell' offerta del Calvario. Nella Messa non c'è un' altra offerta, ma un' altra presenza della me­desima attraverso il ministero del sacerdote.
Il pane e il vino non sono consacrati insieme ma separatamente. Prima il pane, che diventa il suo Corpo, poi il vino, che diviene il suo Sangue. Questa Consacrazione separata del pane e del vino costituisce una sorta di separazione mistica del suo Corpo e del suo Sangue, che rappresen­ta il modo in cui Egli morì sul Calvario.
La Consacrazione che avviene nella Messa non significa che Nostro Signore muore di nuovo. Egli, infatti, non può più morire nella sua natura umana individuale, essendo ora nella gloria alla destra del Padre, ma può prolungare la sua morte in noi. [ ... ]. È come se, al momento della Consa­crazione Nostro Signore dicesse: «Non posso mo­rire di nuovo nella mia natura umana che è nella gloria alla destra del Padre, ma tu, fedele, dammi la tua umanità ed io morirò ancora in te».
Nell’Offertorio abbiamo presentato noi stessi in sacrificio con Cristo; nella Consacrazione mo­riamo con Lui. Applichiamo la sua Morte a noi stessi per partecipare della sua gloria. In questo momento ciò che è eterno irrompe nel tempo e non v’è nulla di più solenne sulla terra del mo­mento suggestivo e riverenziale della Consacra­zione. Non è una preghiera, non è un inno: è un atto divino che ci rende capaci di applicare a noi stessi la Croce salvifica di Cristo.
Sebbene le parole della Consacrazione signifi­chino anzitutto che il Corpo e il Sangue di Cristo sono presenti sull' altare, v' è un altro significato che ben ci riguarda. I sacerdoti e il popolo son chiamati a far una simile e totale donazione di sé morendo al peccato e alle miserie della vita, per poter dire: «Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue. Non m'importa se queste specie, ac­cidenti o apparenze della mia vita - quali sono i doveri, il mio lavoro, le mie attività - ri­mangono: rimangano pure così come sono. Ma ciò che sono dinanzi a Te, mio Dio, ossia il mio intelletto, il mio volere, il mio corpo, la mia ani­ma, tutto deve trasformarsi in modo ch'io non sia più mio ma tuo». In tal modo realizziamo, nel senso più profondo, le parole di san Paolo ai Galati: «Sono stato crocifisso con Cristo». Potrem­mo pregare dicendo: «Dono me stesso a Te, mio Dio. Ecco il mio corpo, prendilo. Ecco il mio sangue, prendilo. Ecco la mia anima, la mia energia, la mia forza, le mie facoltà, la mia salute, tutto ciò che ho. Sono tue. Prendile! Consacrale! Offrile con Te stesso al Padre celeste affinché Egli mirando questo Sacrificio, possa vedere solamente Te, il suo Figlio prediletto nel quale si è compiaciuto. Trasforma il misero pane della mia ,vita nella tua Vita divina; vivifica il vino della mia vita arida con il tuo Spirito divino; unisci il mio cuore infranto al tuo Cuore trafitto; fa' ch'io non porti la Croce ma sia crocifisso. Non per­mettere che il mio abbandono, le mie pene e privazioni vadano perdute. Raccogli i frammenti e, come la goccia d'acqua è assorbita dal vino nell'Offertorio della Messa, fa' che la mia vita sia assorbita dalla tua; fa' che la mia piccola croce sia stretta alla tua grande Croce affinché possa meritare le delizie della felicità eterna in unione con Te, mio supremo Bene».

La Comunione

Nell' Offertorio, noi siamo come agnelli condot­ti al macello. Nella Consacrazione, siamo agnelli macellati nella parte inferiore del nostro" io" pec­caminoso. Nella Comunione, scopriamo che non siamo morti del tutto, ma che siamo tornati alla vita.
Per poter comprendere, attraverso la legge dei contrari, che cosa si realizzi nella santa Comu­nione, può esser utile considerare la natura del Totalitarismo e del Comunismo. In tali filosofie di vita, ciascuna persona deve darsi totalmente e completamente, corpo e anima, mente e volontà, opere e vita, a un dittatore umano. Anche nella cristianità c'è un dittatore; noi ci diamo comple­tamente e interamente a Dio attraverso il suo di­vin Figlio, Gesù Cristo.
Ma v'è una grande differenza. Nel Comuni­smo coloro che consegnano se stessi allo Stato si consacrano al materialismo, dal momento che negano Dio e l'anima. Quando qualcuno si ab­bandona a ciò che è materiale, è da esso possed­uta, così come un uomo che sta annegando è posseduto dall' acqua, o un uomo che sta per es­sere bruciato è investito dal fuoco. Il Comunismo non potrà mai arricchire o elevare le anime dei suoi seguaci.
Invece, quando ci doniamo a Dio e moriamo nella parte bassa di noi stessi, come avviene nel­la Consacrazione della Messa, allora ritroviamo le nostre anime elevate e arricchite. Cominciamo ad esser finalmente liberi, glorificati, innalzati, divinizzati. Capiamo che, dopotutto, nella Con­sacrazione, la nostra morte non doveva durare più a lungo di quella di Cristo sul Calvario, visto e nella santa Comunione noi doniamo la no­stra umanità e riceviamo la Divinità. Cediamo il nostro tempo e riceviamo 1'onnipotenza della Volontà divina. Doniamo il nostro piccolo amore e riceviamo il Fuoco dell' Amore divino, diamo il nostro niente e riceviamo il Tutto. Questo perché Cristo ha detto: "Colui che perde la propria vita a causa mia la salverà".
Esiste una vita superiore a quella del corpo, è la vita dell' anima. E come la vita del corpo e l'anima, così la vita dell'anima è Dio. Questa vita divina la riceviamo nella Comunione. Se la luce del sole, l'umidità e le sostanze chimiche ella terra potessero parlare, direbbero alle piante: «Se non mi mangiate, non avrete vita in voi». Se le piante e l'erba dei campi potessero parlare, direbbero agli animali: «Se non mi mangiate, non avrete vita in voi». Se gli animali, le piante e le sostanze chimiche dell'universo potessero parlare, direbbero all'uomo: «Se non mi mangi, non avrai vita in te». Allo stesso modo Dio ci di­ce che, se non lo riceviamo, non avremo la vita divina in noi. Secondo la legge della trasforma­zione, ciò che è minore è trasformato nel mag­giore: le sostanze chimiche in piante, le piante in animali, gli animali nell'uomo e l'uomo in Dio, senza, comunque, che l'uomo perda mai la sua personale identità.
Nella Comunione si dice comunemente che noi "riceviamo" Nostro Signore per aver in noi la sua Vita divina, ben più d'un neonato che riceve la vita umana dalla propria madre, poiché, in quest'ultimo caso, l'essere umano è nutrito da un altro essere umano (da un suo pari), mentre nella Comunione l'essere umano riceve la Vita divina da Dio. Ma, in realtà, a ben vedere, nella Comu­nione non siamo tanto noi a ricevere Cristo: è Cristo che riceve noi, incorporandoci a Lui.
Sappiamo di non esserne degni. Ogni amore, in verità, si ritiene indegno. L'amante è sempre in ginocchio, l’ amato sempre su un piedistallo. Perciò prima di ricevere la Comunione, ripetia­mo con il sacerdote: Domine, non sum dignus, "O Signore, non sono degno". È come se non aves­simo il coraggio di accostarci alla Sacra Mensa, consapevoli di non esser meritevoli del Dono di Dio.
È da notare che, anche in natura, non esiste comunione senza sacrificio. Come non possiamo fare nessuna" comunione naturale" col cibo sen­za che esso sia stato trattato e messo sul fuoco, e li animali siano stati sottoposti al coltello e sogg­etti a purificazione, così non possiamo fare Comunione con Cristo senza che prima ci sia stata una morte. Ecco perché la Messa non è so­lo una cerimonia, è un Sacrificio che termina nel­la Comunione. La Comunione è la conseguenza del Calvario; viviamo di ciò che uccidiamo. I no­stri corpi vivono dell'uccisione degli animali da campo e delle piante da giardino; riceviamo la vita dalla loro crocifissione; noi li uccidiamo non  per il gusto di distruggere ma per avere la vita in maggior abbondanza. Noi li immoliamo per l' unità che ricaviamo dalla comunione con loro.
Per un magnifico paradosso dell' Amore divino, Dio fa della Croce un reale mezzo di salvezza. Noi lo abbiamo ucciso; lo abbiamo inchiodato e crocifisso; ma l'amore illimitato del suo Cuore non poteva esaurirsi. Egli voleva darci la vera Vita, che noi abbiamo ucciso; il vero Cibo, che noi abbiamo distrutto; voleva nutrirci con il vero pane, che noi abbiamo seppellito, e con il vero Sangue, che noi abbiamo versato. Noi abbiamo trasformato il nostro effettivo crimine in una feli­ce colpa. Abbiamo convertito una Crocifissione in una Redenzione; un'immolazione in una comu­nione; una morte in una vita senza fine.
Ed è proprio questo che rende l'uomo un mi­stero! Che l'uomo - fatto a immagine e somi­glianza di Dio, che è amore - debba essere amato, non è un mistero. Ma perché egli non ami in con­traccambio, questo è un grande mistero. Perché il nostro dolcissimo Iddio deve essere il grande Non-Amato, perché l'Amore non è amato? Egli è amato in tutti quelli che si uniscono a Cristo, Sacerdote e Vittima.

Fulton J. Sheen Arcivescovo

mercoledì 25 maggio 2011

IL RAGIONEVOLE DUBBIO

Non sono neanche, tra l’altro, un esperto di diritto ma ho sempre sentito parlare, soprattutto nei films, del così detto “ragionevole dubbio” secondo il quale un presunto colpevole poteva essere scagionato dall’accusa.
Per questo motivo, senza girarci intorno, ho intenzione di dire la mia a riguardo dell’istruzione UNIVERSAE ECCLESIAE, la quale cela purtroppo una falsa restaurazione e di fatto renderà impossibile l’applicazione del Motu Proprio del santo padre Benedetto XVI facendo in modo che il Santo Sacrificio  della Messa pian piano cessi come peraltro aveva predetto Dom Prosper Gueranger, grande liturgista dell’Abbaye de Solesmes:”Se il santo Sacrificio della Messa cessasse, non tarderemmo a ricadere nell'abisso di depravazione in cui si trovavano i pagani, e questa sarà l'opera dell'Anticristo. Questi metterà in pratica tutti i mezzi possibili per impedire la celebrazione della Santa Messa, affinchè questo grande contrappeso sia abbattuto, e così  Dio metta fine a tutte le cose, non avendo più ragione di farle sussistere”.
L'intensità del Sacrificio della Messa è diminuita e ciò è evidente osservando le tante Domincae Cenae che si celebrano ogni giorno dopo la riforma del 1969 e questo ultimo nuovo documento non dà assolutamente, come qualcuno credeva, nuova spinta al ritorno all’unica Messa Cattolica, cioè, quella decretata dal Concilio di Trento e dalla bolla di San Pio V Quo Primum Tempore a discapito di quella massonico-protestante di Mons. Bugnini & Co.
Mi riferisco chiaramente all’art. 19 del testo dell’istruzione che riporta, l’ormai già famosa, conditio sine qua non, il fedele cattolico possa chiedere la celebrazione del Santo Sacrificio secondo il Vetus Ordo.
I  fedeli che chiedono la celebrazione della forma extraordinaria non devono in alcun modo sostenere o appartenere a gruppi che si manifestano contrari alla validità o legittimità della Santa Messa o dei Sacramenti celebrati nella forma ordinaria e/o al Romano Pontefice come Pastore Supremo della Chiesa universale.
Ora dal testo, a mio modo di vedere, l’intento di rendere vane le richieste dei fedeli alla Tradizione appare chiaro ed altrettanto evidente è che l’art. 19 è stato artatamente inserito per impedire il diffondersi del Santo Sacrificio.
Probabilmente il Papa non ha partecipato alla stesura del documento, se non in ordine alla firma, come ormai avviene in regime di collegialità.
Pertanto ritengo che nessun fedele otterrà la Messa tradizionale salvo in casi particolari che vedremo.
Perché?
Anzitutto il linguaggio post conciliare come sempre risulta poco chiaro ed ambiguo inizialmente pensavo di non aver afferrato il significato dell’art., infatti ho avuto bisogno di una lettura attenta dei testi per tentare di arrivare ad una conclusione.
Poi confrontandomi con alcuni amici mi sono reso conto che l’articolo in sé presenta alcune oscurità.
Poniamo il caso che il gruppo (i fedeli riuniti in gruppo stabile) voglia chiedere la celebrazione del Santo Sacrificio al Vescovo col VO, questi chiederà ai fedeli se essi sostengano o appartengano a gruppi che si manifestano contrari alla validità o legittimità della Santa Messa o dei Sacramenti celebrati nella forma ordinaria.
Si presentano alcune difficoltà:
1) Sono i fedeli (che sono un gruppo) che non devono sostenere gruppi  che si manifestano contrari alla validità o legittimità della Santa Messa o dei Sacramenti celebrati nella forma ordinaria?
2) Oppure i fedeli (che sono un gruppo) non devono essi stessi sostenere di essere contrari ecc...
Nel primo caso sembrerebbe che il gruppo di fedeli da non sostenere sia esterno a quello richiedente, nel secondo caso invece è direttamente il gruppo richiedente oggetto della domanda che non deve sostenere.
3) I fedeli (che sono un gruppo) non devono appartenere  a gruppi che si manifestano ecc.
4) I fedeli (che sono un gruppo) non devono essi stessi appartenere alla stessa ideologia di quelli che manifestano….
Anche in questo primo caso, si intende appartenere a gruppi esterni più consistenti, mentre nell’altro trattasi del gruppo stesso che appartiene a quelli che la pensano alla stessa maniera di quelli che manifestano ecc…
Se per gruppo s’intendesse come nei casi 1 e 3, il problema potrebbe non sussistere, infatti a questa domanda molti potrebbero dire di non sostenerli o di appartenervi, per il fatto che il gruppo di cui faccio parte, il gruppo richiedente, non appartiene ad altri gruppi maggiori consolidati tipo movimenti, associazioni fraternità che si manifestano..ecc
Questo però non proverebbe che io effettivamente sia favorevole al NO e pertanto la difficoltà permarrebbe.
Potrebbe bastare questo al vescovo?
Se bastasse, il problema sarebbe risolto.
Qual è  la ratio, allora, dell’art.19?
Forse sarebbe quella di sapere quante e quali persone sostengono o appartengono a gruppi che si manifestano ecc.?
Non credo, infatti il vescovo potrebbe poi chiedere al richiedente o ad ognuno dei fedeli del gruppo di esporre la propria opinione in materia secondo i punti 2 e 4, escludendo di fatto le altre due ipotesi.
Sembra quindi evidente che debba essere il gruppo richiedente a dover dimostrare di non essere un gruppo composto da fedeli  che sostiene o appartiene all’ideologia stessa di altri gruppi, supposti esistenti, che si manifestano ecc., visto che l’essere identifica la cosa in sé, mentre l’appartenenza è identificata per mezzo della parte che la contiene.
A questo punto sono due le condizioni:
a) Il gruppo deve sostenere la  validità e la legittimità del NO
b) Non deve appartenere a gruppi, evidentemente formati e più ampi, che si manifestano ecc. ecc.
Il punto b) diviene sormontabile per quello che si è detto sopra (punti 3 e 4)  perché può essere del tutto vero che questo gruppo non appartenga ad altri gruppi più ampi, già formati di cui esso è emanazione.
Mentre il punto a) diviene insormontabile per due motivi:
1)      I fedeli non conoscano bene la differenza tra il VO ed il NO e  trovino I testi del Messale Romano di Papa Paolo VI e di quello risalente all’ultima edizione di Papa Giovanni XXIII, ….. due forme della Liturgia Romana, definite rispettivamente ordinaria e extraordinaria….come due usi dell’unico Rito Romano, che si pongono l’uno accanto all’altro. L’una e l’altra forma sono espressione della stessa lex orandi della Chiesa (UE 6)
2)      Mentano sulla verità
Donde viene la difficoltà?
Dal fatto che gli attori dell’istruzione sanno benissimo, ed è un dato di fatto, che ci siano ragionevoli dubbi sulla validità e legittimità del NO.
Basti pensare al famoso Breve esame critico del «Novus Ordo Missæ» dei Cardinali Ottaviani e Bacci per comprendere che ci possono essere più che ragionevoli dubbi sul NO.
Non starò in questa sede a riportare tutte le deviazioni del NO a partire dalla formula del “pro multis” o sull’intenzione del ministro visto l’art. 7 dell’IGMR che così definiva la Messa:"La cena del Signore o messa è una sacra riunione, e cioè l’assemblea del popolo di Dio che si riunisce, sotto la presidenza del sacerdote, per celebrare il memoriale del Signore. È per questo che l’assemblea della Chiesa locale realizza in modo eminente la promessa di Cristo: "Lì dove due o tre sono riuniti in nome mio, là sono in mezzo a loro" (rivisto poi nel 1970).

Intenzione di compiere un sacrificio?

Ogni fedele alla Tradizione ha un ragionevole dubbio sulla validità e legittimità della Nuova Messa. Proprio ieri alla domanda”cosa è la messa?” rivolta al parroco, tra le altre cose, mi disse: “il memoriale della cena del Signore” (cvd), a tutta risposta, alla mia citazione del Concilio di Trento (peraltro dogmatico),  rispose che ero rimasto fermo ancora a Trento e che il CVII aveva riformato la messa, denotando, se non ignoranza, quantomeno omertà o tutt’al più superficialità.

A queste condizioni o ad esempio ad altre (Leggi qui) (oppure brevemente qui) o come nella foto riportata,  il dubbio mi sembra più che ragionevole.

Personalmente credo, spero di sbagliarmi, che i fedeli questa volta non verranno prosciolti, ma condannati contrariamente a quanto stabilisce la legge positiva.
Sant’Agostino insegna, infatti, che non è mai consentito mentire in materia di fede; se  per evitare questi abusi qualcuno si permettesse d’offendere con la menzogna il buon nome di Cristo, con questo suo comportamento si dimostrerebbe persona del tutto impazzita (La menzogna 10,17). Difendere ciò che non appartiene a Cristo ed alla Sua Sposa non posso e non voglio farlo!
Sì! Io ho un forte e ragionevole dubbio: che la messa del Novus Ordo non sia valida e legittima.
Eccellenza mi concedete il via libera?

                                                                                                                                 Stefano Gavazzi

mercoledì 30 marzo 2011

Il Card. Ferdinando Antonelli e la Commissione per la Riforma Liturgica

Il Cardinale Giuseppe Ferdinando Antonelli nacque il 14 luglio 1896. Il 25 luglio 1914, a 18 anni, veste l’abito francescano.

Il 25 luglio 1922 diventa sacerdote. Presso l’Antonianum, fu professore di Storia ecclesiastica antica e di Archeologia. Fu professore di Liturgia presso l’Istituto Internazionale dei Padri Carmelitani Scalzi e all’Apostolicum. Il 22 febbraio 1930 viene nominato Consultore della Sacra Congregazione dei Riti per la sezione storica, di cui, nel 1935 diviene Relatore Generale. Nel 1948 fu nominato membro della Pontificia Commissione per la riforma liturgica, compito che assolse fino al 1960. Durante il Concilio Vaticano II fu Perito e Segretario della Commissione Conciliare della Sacra Liturgia (con nomina il 4 ottobre 1962): la commissione che preparò lo schema della Sacrosanctun Concilium da presentare ai Padri conciliari.
Il 27 febbraio 1964, fu nominato Membro del “Consilium ad exequendam Constitutionem de S. Liturgia”. Il 26 gennaio 1965 venne nominato Segretario della Sacra Congregazione dei Riti.
Risultano molti suoi scritti de “re liturgia”, come anche due manuali di Liturgia preparati dall’Antonelli pla riforma liturgica grazie alla splendida figura di questo Cardinale che aveva una grande competenza liturgica, era molto stimato da Papa Paolo VI e partecipò in prima persona sia ai lavori per la stesura della Sacrosanctum Concilium, sia ai lavori del su indicato Consilium che aveva il compito di applicare la riforma.
er gli allievi. Si tratta di una figura non solo di alto profilo e di grande competenza liturgica, ma anche di grande comunione con la Chiesa: fu nominato Vescovo il 21 febbraio 1966 e ordinato dallo stesso Papa Paolo VI il 19 marzo successivo. Sette anni più tardi, sempre Papa Paolo VI, sotto il cui pontificato è avvenuta la riforma liturgica, nel Concistoro del 5 marzo 1973, lo creava Cardinale. Il libro di Nicola Giampietro sul “Card. Ferdinando Antonelli e gli sviluppi della riforma liturgica dal 1948 al 1970” (pubblicato dal Pontificio Ateneo S. Anselmo, con la prefazione di Aimé Georges Martimort) è uno strumento prezioso per avere, dall’interno, informazioni chiare e sicure su come si è sviluppata
CHE COS’È
IL “CONSILIUM”
“Tutte le riforme si attuano per Decreto, così la Costituzione Liturgica del Concilio è stata seguita dall’Istruzione “Inter Oecumenici” che indica le norme pratiche di attuazione” (op. cit., p. 223). “Il 25 gennaio 1964, Papa Paolo VI con il Motu proprio “Sacram Liturgiam” istituiva una Commissione che aveva il compito principale di attuare nel modo migliore le prescrizioni presenti nella Sacrosanctun Concilium.
Il nuovo organismo detto “Consilium ad exequendam Constitutionem de Sacra Liturgia, era composto anzitutto dai Cardinali Giacomo Lercaro (presidente), Paolo Giobbe e Arcadio Larraona; il segretario era il P. Annibale Bugnini. (FOTO) C’erano poi 200 consultori tra cui 6 protestanti: il dr. Georges, il canonico Jasper, il dr. Shepard, il dr. Konneth, il dr. Smith e fr. Max Thurian i quali per esplicita testimonianza din Mons. W.W. Baum (oggi cardinale) non furono semplici osservatori ma ebbero un ruolo attivo nella creazione della nuova messa (cfr. intervista al Detroit News del 27/06/1967). Delle prime adunanze di questo Consilium si parla nel diario dell’Antonelli e si deduce che egli prese parte attiva al momento progettuale e  decisionale” (op. cit., p. 225). Si ritiene di dover nominare dei consultori: “Non saranno pochi. Più ancora i Consiliari che dovranno esaminare gli schemi. I nomi dei Consultori non saranno pubblicati.
/…/
1^ ADUNANZA
Al termine della prima adunanza l’Antonelli annota: “Non sono entusiasta dei lavori. Mi dispiace del come è stata cambiata la Commissione: un raggruppamento di persone, molte incompetenti, più ancora avanzata nelle linee della novità. Discussioni molto affrettate.
Discussioni a base di impressioni: votazioni caotiche. Ciò che più mi dispiace è che i Promemoria espositivi e i relativi quesiti sono sempre su una linea avanzata e spesso in forma suggestiva.
Direzione debole. Spiacevole il fatto che si riaccende sempre la questione dell’art. 36 § 4. Mons. Wagner era inquieto. Mi dispiace che questioni, forse non tanto gravi in sé, ma gravide di conseguenze, vengano discusse e risolte da un organo che funziona così. La Commissione o il Consilium è composto di 42 membri” (op. cit., pp. 228-229)
2^ ADUNANZA
“I rilievi dell’Antonelli rivelano il clima nel quale si lavorava. Si viene a sapere che non c’erano solo discussioni su determinati problemi, ma che si facevano anche degli esperimenti liturgici veri e propri”(op. cit., p. 230). /…/
3^ ADUNANZA
“Dispiace lo spirito che è troppo innovatore.
Dispiace il tono delle discussioni troppo sbrigativo e tumultuario talvolta.
Dispiace che il Presidente non abbia fatto parlare, domandando a ciascuno il parere”(op. cit., p. 230).
5^ ADUNANZA
“Si proponeva di togliere il Confiteor dalla S. Messa. Dopo un intervento dell’Antonelli si decide che ci deve essere un atto penitenziale nella Messa e all’inizio. Si discute sul Kyrie e Gloria, sulla Liturgia Verbi e sull’offertorio. “Mi dicono che per l’offertorio è stato rilevato come il passo dei Proverbi 9, 1-2, sia cosa artificiale. Ma questo è proprio il sistema deprecato di Durando de Mende, di prendere cioè dei passi della Scrittura solo perché vi ricorre la parola di un rito. Nella Sapienza, i vini e i cibi sono i consigli e la dottrina che derivano dalla Sapienza, che cosa ha da vedere con l’Eucaristia? /…/ A conclusione della quinta sessione l’Antonelli esprime un giudizio preoccupato: “Lo spirito non mi piace. C’è un spirito di critica e di insofferenza verso la S. Sede che non può condurre a buon termine. E poi tutto uno studio di razionalità nella liturgia e nessuna preoccupazione per la vera pietà. Temo che un giorno si debba dire di tutta questa riforma quello che fu detto della riforma degli inni al tempo di Urbano III: “accepit latinitas recessit pietas”; e qui “accepit liturgia recessit devotio”. Vorrei ingannarmi”
(op. cit., pp. 233-234).
6^ ADUNANZA
“Nelle ordinazioni si decide, con poca maggioranza, che i concelebranti impongano solo le mani (la materia) senza dire la formula (la forma). A mio modo di vedere la questione è grave e non si può permettere quanto è stato proposto da Dom Botte” (op. cit., pp. 234-236).
7^ ADUNANZA
“A questa Sessione, per la prima volta, hanno partecipato osservatori delegati di chiese protestanti. /…/ In merito all’ordinazione sacerdotale l’Antonelli osserva con sorpresa che, nell’allocuzione del Vescovo agli ordinandi, che è nuova, tra gli uffici del sacerdote non è citato il suo impegno principale: offrire il sacrificio eucaristico. Osserva che anche l’espressione usata dal Vescovo subito dopo per indicare agli ordinandi cosa devono fare “è una formula vaga e non si può accettare. Bisogna ammettere chiaramente che il sacerdote ha il preciso ufficio di offrire il sacrificio eucaristico”. Dopo un altro incontro di studio il Padre Antonelli annota: “Ho l’impressione che il corpo giudicante, che in questo caso erano i 35 Padri del Consilium presenti, non fossero all’altezza.
C’è poi un elemento negativo: la fretta di andare avanti con urgenza” (op. cit., pp. 236-237).
8^ ADUNANZA
“Nell’adunanza del 19 aprile 1967, Paolo VI intervenne personalmente e parlando del cammino in corso dell’attuazione della riforma liturgica, Paolo VI si disse amareggiato, perché si facevano esperimenti capricciosi nella Liturgia e più addolorato ancora di certe tendenze verso una desacralizzazione della Liturgia.
Però ha riconfermato la sua fiducia al Consilium. E non si accorge il Papa che tutti i guai vengono dal come sono state impostate le cose in questa riforma del Consilium”. /…/ È pessimo il sistema delle discussioni: a) gli schemi spesso vengono prima della discussione.
Qualche volta, e in cose gravissime, come quella delle nuove anafore, è stato distribuito uno schema la sera, per discuterlo l’indomani. b) Il Card. Lercaro non è l’uomo per dirigere una discussione.
Il P. Bugnini ha solo un interesse: andare avanti e finire. c) Peggiore il sistema delle votazioni. Ordinariamente si fanno per alzata di mano, ma nessuno conta chi l’alza e chi no, e nessuno dice tanti approvano e tanti no. Una vera vergogna. Non si sa quale maggioranza sia necessaria, se dei due terzi o quella assoluta. Altra mancanza grave è quella che manca un verbale delle adunanze. /…/ Viene deciso di rivedere la struttura e l’ordinamento del “Consilium”. /…/ Ecco cosa – tra l’altro - l’Antonelli scrive al Papa: “a) è molto diffusa, in gran parte del clero e dei fedeli, una notevole inquietudine per queste continue mutazioni. b) Questo stato di instabilità /…/ favorisce gli arbitri e abbassa sempre più il rispetto sacro delle leggi liturgiche. c) Gli esperimenti è necessario che siano pochi, limitati nel tempo e riservati a pochissimi ambienti qualificati, con persone responsabili.
Esperimenti in vasta scala e la larghezza, forse con la quale sono stati permessi, ha fatto sì che non pochi sacerdoti, un pò dovunque, si ritengano autorizzati a tentare le cose più stravaganti, con il pretesto che si fanno ad experimentum. d) È cosa nuova che un organo della S. Sede prepari da sé il suo statuto e lo approvi e che il Papa soltanto lo confermi. e) Nella nomina dei componenti il Consilium, compresi i Cardinali, come dei suoi Consultori e dei suoi organismi, per i quattro quinti la scelta è fatta dallo stesso Consiglio di Presidenza e al Papa spetta solo la conferma (è chiaro che se vuole può non confermare, ma in pratica è la scelta che determina). Il Papa così può scegliere direttamente e nominare solo una quinta parte, compresi, ripeto, i Cardinali. Queperché anche dopo Trento e il Vaticano I, terminato il Concilio, fu la Santa Sede che tornò ad avere piena autonomia” (op. cit., pp. 237-242).
RILIEVI FINALI
SUL “CONSILIUM”
“In uno scritto relativo a tutto il 1967, Mons. Antonelli espone le sue impressioni sulla situazione interna ed esterna al “Consilium”: 1) Confusione. Nessuno ha più il senso sacro e vincolante della legge liturgica. I cambiamenti continui, imprecisi e qualche volta meno logici, e il deprecabile sistema, secondo me,degli esperimenti, hanno rotto le dighe e tutti, più o meno, agiscono ad arbitrio; 2) c’è stanchezza. Si è stanchi delle continue riforme e si desidera da tutti di arrivare ad un punto fermo; 3) negli studi di più vasta scala continua il lavoro di desacralizzazione e che ora chiamano secolarizzazione; 4) da qui si vede che la questione liturgica /…/ si inserisce però a sua volta in una problematica molto più vasta, e in fondo dottrinale; 5) la grande crisi perciò è la crisi della dottrina tradizionale e del magistero” (op. cit., pp. 242-243). “l’Antonelli fa emergere il suo disappunto per le varie prese di posizione nei confronti della riforma liturgica perché pone la liturgia a fondamento della formazione cristiana e quindi si aspettava che la riforma liturgica venisse applicata seriamente con una certa calma e ponderato equilibrio” (op. cit., p. 247).
LA VERA RIFORMA
DEL CONCILIO?
Nei suoi appunti l’Antonelli ci aiuta a vedere quali erano i punti sui quali i Padri si basarono per stilare la Costituzione liturgica.
Dopo averne fatto l’elenco dettagliato egli, nei suoi appunti, sottolinea in rosso il problema della lingua volgare, quasi a significare l’importanza dell’argomento e i contrasti che ha generato. “Si tratta di due valori in conflitto. Il latino è certamente la lingua della liturgia latina da circa 1600 anni; è un segno e coefficiente anche di unità; è anche tutela della dottrina, non tanto per l’indole della lingua quanto perché si tratta ormai di una lingua che non è più soggetta a mutazioni; molti testi d’incomparabile bellezza non potranno mai avere nella traduzione la stessa efficacia; al latino finalmente è legato un patrimonio preziosissimo, quello melodico, gregoriano, polifonico. Dall’altra parte è fuori di dubbio che se vogliamo riportare i fedeli, tutti i fedeli, ad una partecipazione diretta, cosciente e attiva, bisogna rivolgersi a loro nella lingua che essi parlano.
La Costituzione ha scelto l’unica soluzione possibile in tali casi: la soluzione del compromesso: per certe parti, come il Canone, resta il latino; per le altre, quelle soprattutto che più direttamente si rivolgono al popolo, con le letture, la restauranda “oratio fidelium”, si introduca il volgare” (op. cit., p. 206).

Fonte: Fedeecultura