mercoledì 18 maggio 2011

LETTERA AL VESCOVO DELLA MIA DIOCESI

Lettera inviata per posta ordinaria in data 13/05/2011 sulla necessità di ripristinare l'antico uso di ricevere la comunione sulla lingua e non sulla mano.

Eccellenza,
mi permetto in tutta umiltà di scriverle, quale semplice fedele Cattolico, ringraziandola anzitutto per la tempestiva messa di riparazione susseguente il gravissimo e sacrilego episodio avvenuto presso una Chiesa di Fabrica di Roma il giorno 08/05/11 nella quale gente perduta nelle mani di satana ha potuto mettere, indisturbata, le mani sul corpo ed il sangue di Nostro Signore Gesù Cristo.
Per questo, ardisco chiederle umilmente di non tenere in poco conto (so che non lo farà) questo episodio, poiché la lotta contro il nemico si fa sempre più ardua, aspra ed accesa e, mentre il nemico si rafforza sempre più, le risorse umane della parte visibile dell’indefettibile Sposa di Cristo divengono sempre più deboli in questi nostri tempi tiepidi, bui e di smarrimento.
Paradossale infatti è il fatto che il demonio creda alla presenza reale del corpo di Cristo sotto le specie del pane e del vino più di quanto facciano i cattolici che ogni domenica si accostano al santo sacrificio della messa, alla stessa maniera con cui quegli stessi satanisti toccarono con mani empie, in quell’infausta serata, il corpo Santo del Redentore sebbene con sentimenti differenti.
Voglia pertanto sua eccellenza prendere in considerazione per amore di Gesù Cristo, della sua Santa Chiesa Cattolica e per il gregge impaurito a lei affidato quanto riportato nel canone 2320 del CIC, sebbene il canone 1367 riformato sia più morbido, prendendo i necessari provvedimenti verso il sacerdote responsabile dell’accaduto, secondo quanto espresso dalla normativa vigente.
Inoltre mi appello alla sua virtù affinché venga ripristinato, il più in fretta possibile, in tutta la diocesi l’uso millenario di conferire le sacre specie sulla lingua dei fedeli, come peraltro stabilito dalla Chiesa docente in AAS “Memoriale Domini” p. 541 e nell’”Istitutio generalis” del 1970 agli artt. 80 e 117, evitando prudentemente che altri lupi, travestiti da agnelli, mescolandosi ipocritamente nel gregge del Signore, possano ancor più indisturbati profanare e gettare nello scandalo il corpo di Cristo e tutta la sua Santa Chiesa, dai suoi ministri rappresentata.
Se la presente missiva risultasse tardiva per le decisioni intraprese da sua eccellenza, la prego vivamente di non tenerne conto.
                                                                                                          Sempre vostro in Cristo
                                                                                                          Stefano Gavazzi
CVCRCI

lunedì 16 maggio 2011

INCREDIBILE DISCORSO DEL SANTO PADRE

Riporto un discorso di papa Benedetto che trovo inquietante ma tutto sommato in linea con la chiesa conciliare.
Vorrei anche sottolineare il fatto che sebbene egli si sforzi di piacere agli ebrei essi non perdono l’occasione addirittura di bacchettarlo, trovandosi, come evidentemente al Santo Padre piace, in quelle posizioni di ermeneutica della continuità virtuale che non soddisfa né gli uni né gli altri.
Infatti segnalo un’interessante articolo, come sempre, del dott. Colafemmina che potete trovare qui. Il commento in blu è mio.


-12 maggio 2011 – Oggi Benedetto XVI ha ricevuto una delegazione della massoneria ebraica della B’nai B’rith.(Fonte Centro Studi Federici) Ecco la notizia diffusa dalla Radio Vaticana:
Ebrei e cristiani possono contribuire insieme al bene dell’umanità e rispondere alle sfide della società attuale. E’ quanto ha affermato Benedetto XVI incontrando, stamani, una delegazione della “B’nai B’rith International”, organizzazione ebraica fondata a New York nel 1843, che ha tra i vari obiettivi la lotta al razzismo e all’antisemitismo.
“Ci sono molti modi attraverso cui ebrei e cristiani possono cooperare per il miglioramento del mondo”, in conformità con la volontà di Dio “per il bene dell’umanità”.
-come ormai da tempo si va mal insegnando (vedasi NA) si continua a sostenere che il dio talmudico-cabalistico di coloro che vollero confitto in Croce Nostro Signore Gesù sia lo stesso Dio della fede Cattolica, dimentichi delle parole del Signore si calpestano interi passi del vangelo.“voi che avete per padre il diavolo” (G. 8,44) e nell’apocalisse Giovanni due volte parla della sinagoga di satana.(Ap 2,9-3,9)
Il pensiero – spiega il Papa – va immediatamente “ad opere concrete di carità e di servizio ai poveri”,-Carità? Ma santo padre, non sa che caritas Dei diffusa est in cordibus nostris per Spiritum Sanctum qui datus est nobis? (Rm 5:5) forse prudentemente avrebbe dovuto usare il termine solidarietà- ma una delle cose più importanti che ebrei e cristiani possono fare insieme è quella di portare “la comune testimonianza della fede profondamente radicata” - qui siamo all’apice.La testimonianza della fede non è Cristo, il messaggio del vangelo e le opere cristiane, bensì la fede profondamente radicata, cioè “credete a qualunque cosa importante è che ci credete profondamente come noi e gli ebrei”!
Davvero un’esegesi cattolica.
Mi chiedo se questo insegnamento proviene dal Pontefice o dal dottore privato, non so mai distinguere quali siano i due- nel fatto che ogni uomo e ogni donna sono stati creati ad immagine di Dio e così hanno “una dignità inviolabile”.
 “Questo convincimento resta il più sicuro fondamento
-non la roccia che è Cristo-  per l’impegno, da parte di tutti, nel difendere e promuovere i diritti inalienabili di ogni essere umano”.- sui diritti dell’uomo soprassiedo perché sarebbe troppo lungo, mentre mi chiedo: e i diritti di Dio? Il Pontefice, ricordando l’incontro del Comitato Internazionale di Raccordo tra Cattolici ed Ebrei tenutosi alla fine di febbraio a Parigi, sottolinea come sia stato affermato il desiderio di cattolici ed ebrei di essere uniti (?) per affrontare insieme le “immense sfide” -Ora le immense sfide che affrontano i cristiani sono da una parte la croce mentre dall’altra la volontà di mettere in croce- in un mondo che cambia rapidamente, e il “dovere religioso” di combattere la povertà, l’ingiustizia, la discriminazione e la negazione dei diritti umani universali.-Il dovere religioso, Santo Padre, non è combattere la povertà (eppure dovrebbe saperlo) ma è di rendere culto a Dio, l’unico vero Dio, infatti nel catechismo della Chiesa Cattolica, evidentemente, è scritto che noi siamo stati creati per conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita e San Tommaso nel ST p II-II q81 a1 conferma che la religione è il solo culto dovuto a Dio.
Il Santo Padre ricorda anche che in un recente incontro, tenutosi a marzo a Gerusalemme, tra delegazioni del Gran Rabbinato di Israele e la Commissione della Santa Sede per i Rapporti Religiosi con l’Ebraismo, l’accento è stato posto sulla necessità di “promuovere un’accurata comprensione del ruolo della religione nella vita delle nostre società di oggi” capace di correggere una visione “puramente orizzontale”, e di conseguenza incompiuta, “della persona umana e della convivenza sociale”.-qui purtroppo siamo alle solite, promuovere il ruolo della religione nella vita dell’uomo significa continuare a far servire il diavolo, se non si dice chiaramente che per non avere una visione “orizzontale” ci si deve convertire al cattolicesimo, per avere poi non solo la visione orizzontale ma anche il copro e l’anima orizzontali eternamente.
Infatti non è che credere in budda darebbe ai suoi seguaci una visione trascendente della vita perché essa è pura e semplice idolatria.Quindi credere in una qualsiasi religione non innalza l’uomo a Dio semmai lo separa inesorabilmente.
Il concilio vaticano I, infatti, insegna (Cap.IV sess.II) che l’uomo con la ragione può arrivare a capire l’esistenza di Dio ma che può penetrare i suoi misteri solo soprannaturalmente con l’aiuto della Sua Grazia ed in misura della sua volontà.
E’ evidente che non potranno mai trascendere e penetrare questi misteri senza la Grazia rimanendo nelle tenebre.
Il Santo Padre esorta quindi a superare questa visione materiale della vita umana per un risveglio della spiritualità”.
“La vita e il lavoro di tutti i credenti
-Incredibile, ma credenti in chi, in che cosa? Alcuni uomini credono nel demonio, anche loro dovrebbero essere computati tra loro? Cosa cambierebbe tra questi e quelli, entrambi hanno in odio Cristo, che peraltro in questo discorso non viene neanche una volta nominato dal suo vicario in terra!-dovrebbero dare costante testimonianza del trascendente, e puntare a realtà invisibili che si trovano al di là di noi e incarnino la convinzione che una Provvidenza amorevole e misericordiosa guida l’esito finale della storia”,-il Santo Padre con chiarezza fa intendere che il suo discorso è rivolto solo a quelli che non credono a nulla (atei) mentre l’importante sarebbe dare testimonianza del trascendente e non dell’unico Vero Dio uno e Trino ma di qualsiasi “realtà invisibile” fosse anche inventata.Ma il santo Padre sa che allah non esiste? che budda è un idolo? che manitou non è un altro modo di chiamare dio? che tutti i falsi dei sono invenzioni di satana come ben insegnano S.Atanasio (L’incarnazione del Verbo 1)  ed unanimemente i Padri della Chiesa, ma soprattutto le Sacre Scritture? e non importa quanto difficile e minaccioso possa apparire il viaggio lungo il percorso. Attraverso il profeta Geremia – conclude il Papa – abbiamo questa certezza: “Io, infatti, conosco i progetti che ho fatto a vostro riguardo – dice il Signore – progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza”.
Ma tutto questo, però, senza Cristo e con buona pace della Fede Cattolica!
Amen.
                                                                         Stefano Gavazzi

venerdì 13 maggio 2011

CHE COSA E' LA MESSA (PARTE I)

Diviene sempre più necessario rendere noto il vero significato della Messa Cattolica dopo che la riforma del 1970, voluta da Paolo VI e plasmata dal massone cardinal Bugnini (leggi qui) con l’aiuto di alcuni pastori protestanti, ha ridotto il santo sacrificio che Nostro Signore Gesù compì per la nostra salvezza ad una cena conviviale con sottofondi musicali di ogni sorta che tendono a distrarre il fedele dal reale significato della Santa Messa.
Riporto, in due parti,  un bellissimo insegnamento dell’arcivescovo Fulton J. Sheen (1895-1979), allora vescovo ausiliare di New York, che spiega magnificamente, a mio modo di vedere, cosa è la messa, cosa avviene sull’altare e quale sia il vero senso di “partecipazione” del fedele al santo Sacrificio di Gesù, totalmente diverso da quello purtroppo insegnato dalla chiesa postconciliare.

Il Sacrificio della Messa

Vi sono alcune cose nella vita troppo belle per esser dimenticate. Alcune di esse riguardano il modo in cui gli uomini vivono nel mondo; altre, invece, il modo in cui essi muoiono. La maggior parte dei Paesi ha istituito un giorno commemo­rativo per ricordare l'estremo sacrificio che i pa­trioti hanno compiuto in difesa della nazione e nella società. Poiché la vita era quanto di più prezioso potevano dare, a coloro che sopravvi­vono non è lecito dimenticare questo loro dono. Tali eroi non avrebbero potuto richiedere una si­mile memoria, né istituirla, essendo riservata ai sopravvissuti. Se sono stabiliti giorni commemorativi per co­loro che muoiono al fine di salvaguardare la libertà dall' oppressione degli uomini, tanto più doveva esser istituito un memoriale per il supre­mo sacrificio di Cristo che morì per liberarci dalla tirannia del peccato. Ma vi sono molte differenze tra questi patrioti e Cristo. Nessuno di loro era nato per morire; ciascuno era nato per vivere, e la morte è stata per ognuno di essi un'interruzione violenta. Nostro Signore, invece, nacque per morire. Per nessun altro intento Egli e al mondo se non per redimere l'umanità  peccatrice.

Ai piedi della Croce sul Calvario
 La Messa pianta la Croce di Cristo in una cit­tà, in un paese, in una missione, in una grande cattedrale; solleva il sipario del tempo e dello spazio ed attualizza quel che avvenne sul Calvario. La Croce - in modo prefigurativo - in­teressò anche tutto il tempo passato: tutti i sacri­fici di giovenchi, capre, pecore e, in particolare, il sacrificio dell' agnello pasquale trovarono com­pimento nella Croce di Cristo. La Croce influì anche sul futuro, scorrendo attraverso il tempo come una possente cascata che forma canali per le valli e le pianure.
Il fatto che tutti i sacrifici cessino dopo quello del Calvario significa che esso è la perfezione e la pienezza di tutti i sacrifici. Persino i Giudei non sacrificano più gli agnelli pasquali nelle lo­ro sinagoghe, dato che 1'Agnello pasquale è già stato immolato.
Il Sacrificio della Croce, quindi, non è un av­venimento passato: esso avviene tuttora. Non è un ricordo o un relitto del passato che perdura nel presente: è un dramma attuale, ora come al­lora, e così sarà per tutta la durata del tempo e per l'eternità.
Sulla Croce il nostro divin Redentore sapeva in che modo ciascuna anima avrebbe risposto al suo più grande atto d'amore: sapeva se lo avreb­be accolto oppure rifiutato. Noi stessi non sap­piamo come reagiremo al suo amore fin quando non saremo faccia a faccia con Lui e la sua Croce. Dal nostro punto di vista, impieghiamo tempo per capire il "dramma" del Calvario. Ma la Mes­sa ci dà un indizio; noi non eravamo consapevo­li d'esser presenti sul Calvario il Venerdì Santo, ma lo siamo nella Messa. Possiamo conoscer qualcosa del ruolo che abbiamo avuto sul Calvario dal modo in cui ci comportiamo alla Messa nel ventesimo secolo e come la Messa ci aiuta a vivere la nostra quotidiana esistenza.
La Messa non è un nuovo Sacrificio ma una rap­presentazione dello stesso supremo Sacrificio del Calvario. Ci sono due momenti nella storia: il pri­mo, quando il Sacrificio è atteso (è il tempo "avanti Cristo"), e il secondo, quando il Sacrificio è compiuto e offerto (è il tempo" dopo Cristo").
Se la Vergine Santissima e san Giovanni ai piedi della Croce avessero chiuso gli occhi quan­do Nostro Signore stava offrendo Se stesso per i peccati del mondo, i risultati spirituali in loro non sarebbero stati diversi da quelli che ricevia­mo noi assistendo ora al Sacrificio della Messa. Ma i loro occhi erano aperti, e perciò videro il supremo Sacrificio realizzarsi con spargimento di sangue, e quest'ultimo fluire dalle Piaghe a­perte delle mani, dei piedi e del costato del Salvatore sull'umanità peccatrice. Nella Messa, noi vediamo realizzato tutto ciò senza effusione di sangue.
La Messa, quindi, non è una sostituzione del­la Croce. Al contrario, i meriti che acquistiamo partecipando alla Messa sono i medesimi di quelli che avremmo ottenuto se fossimo stati presenti sul Calvario.
E ciò perché esiste un solo Sacrificio, quello del Sacerdote e Vittima insieme: sulla Croce e nella Messa è la stessa e unica Persona che s'im­mola. Prima della venuta del Figlio di Dio, c'era­no molti sacrifici offerti per i peccati. Gli uomini ben comprendevano d'esser indegni di stare alla Presenza di Dio. Togliendo la vita ad un anima­le o distruggendo un oggetto, con funzione so­stitutiva, essi punivano e purificavano se stessi. In quasi tutti i popoli, oltre ai Giudei i quali eb­bero il gran vantaggio della Rivelazione divina, v'erano sacerdoti che offrivano vittime in sacrifi­cio. Ma quando Nostro Signore offrì l'eterno Sacrificio, fu al contempo Sacerdote e Vittima, Offerente e Offerta. Il sacerdote e la vittima non erano più separati come avveniva prima. Sulla Croce, quindi, Gesù fu ritto come Sacerdote e prostrato come Vittima perché offrì Se stesso.
Il sacerdote celebra la Messa unicamente "in persona Christi", per questo non dice, al mo­mento della Consacrazione, "questo è il Corpo di Cristo", ma "questo è il mio Corpo", e "que­sto è il mio Sangue"; egli è solo uno strumento di Cristo, come una matita nella mano di chi scrive.
Si dice che una delle differenze tra la Croce e la Messa è che in quest'ultima il Sacrificio è offerto senza spargimento di sangue, mentre sulla Croce c'erano le strazianti scene della crocifissione. Verissimo. Ma v' è pure un' altra differenza, ed è che, sulla Croce, Nostro Signore era solo, mentre nella Messa noi siamo con Lui.
Il modo in cui noi siamo con Lui sarà chiarito esaminando l' Offertorio, la Consacrazione e la Comunione.

Offertorio

Per applicare i meriti della Redenzione alle nostre anime dobbiamo considerare la morte al peccato, che si è compiuta sulla Croce. Il primo atto necessario, dunque, è quello di offrire noi stessi in unione con Cristo.
Nella Chiesa primitiva ciò veniva fatto offren­do gli stessi elementi che Nostro Signore offrì nell'Ultima Cena, ossia il pane e il vino. Il fedele portava alla Messa il pane e il vino, e una parte di essi veniva utilizzata dal sacerdote per il Sacrificio: Vi sono alcune ragioni intrinseche per cui questi elementi dovevano esser usati. La pri­ma è che pane e vino sono stati il nutrimento tra­dizionale della maggior parte degli uomini nel corso della storia. Il pane è come se fosse la so­stanza della terra e il vino il suo sangue. I fedeli, quindi, nell' offrire ciò che dà loro sussistenza fisi­ca e vita, donano parimenti se stessi. La seconda ragione è che, in natura, non esistono altre due so­stanze che meglio rappresentano l'unità come il pane e il vino. Il pane è fatto da una grande quantità di chicchi di grano, e il vino da molteplici grappoli di uva. Allo stesso modo i fedeli, che so­no numerosi, si riuniscono per fare un'unica of­ferta con Cristo. La terza ragione è che pochi ele­menti in natura simboleggiano il Sacrificio meglio del grano e dell'uva. Il grano non diventa pane fin quando non sia passato attraverso Il Calvario dell' inverno e sia stato soggetto alle torture della macina. L'uva non diventa vino finché non sia stata pigiata nel Getsemani del torchio.
Ai nostri giorni, i fedeli non portano più il pa­ne e il vino al Sacrificio della Messa ma un equi­valente: questa è la ragione per cui la colletta .è fatta durante l'Offertorio della Messa. Il sacrifi­cio materiale che i fedeli offrono per la Messa è tuttora un simbolo della loro incorporazione al­la morte di Cristo. Sebbene non portino più pa­ne e vino, procurano ciò che serve all' acquisto di quegli elementi che rappresentano materialmen­te l'unità del loro sacrificio.

lunedì 9 maggio 2011

FURTO SACRILEGO NELLA MIA DIOCESI

Domenica pomeriggio è stato perpetrato un atto satanico in una chiesa della confinante cittadina di Fabrica di Roma sono state rubate le ostie consacarete contenute nel tabernacolo.
A tutti coloro che leggerano l'articolo chiedo di offrire alla Madonna nostra Madre un rosario di riparazione per questo atto gravissimo.

Rubate le ostie consacrate per la Santa Messa a Fabrica di Roma, indagano i carabinieri

lunedì 09 maggio 2011 - 20:46:37

FABRICA DI ROMA – Ignoti rubano le ostie consacrate per la Santa Messa a Fabrica di Roma, nella chiesa della Madonna della Pietà. Il furto risale a domenica pomeriggio, in quanto la chiesa era aperta al pubblico, come da consuetudine.


Ad accorgersi del 'colpo' sacrilego è stato il vice parroco, quando poco prima di iniziare la messa pomeridiana, ha ispezionato il tabernacolo dove sono custodite le ostie. Accortosi della profanazione ha immediatamente avvertito il parroco Don Terzilio, il quale ha a sua volta avvertito i carabinieri che si stanno interessando del caso.

Viva impressione ha destato l’inqualificabile atto sacrilego tra la popolazione e in particolare tra i fedeli che erano in chiesa per la Santa Messa. I malviventi per trafugare le ostie hanno tentato di aprire il tabernacolo ligneo, a sinistra dell’altare maggiore. Non riuscendoci hanno quindi forzando la porticina presumibilmente con un martello e poi hanno sfondato da sopra il tabernacolo.

Questo atto inqualificabile, che offende tutta la comunità credente di Fabrica, forse si potrebbe riallacciare ad alcune testimonianze che danno credito a visite notturne nel cimitero comunale di personaggi incappucciati. Il Vescovo diocesano, Romano Rossi, intanto lunedì sera, alle 21.00, nella chiesa della Pietà officerà una celebrazione di riparazione all’azione sacrilega.

Fonte on tuscia.it
                                                                                             Stefano Gavazzi

venerdì 6 maggio 2011

Concilio di Basilea – Ferrara – Firenze – Roma sessione XXIII

Riporto un'estratto riguardante la forma del consenso del Papa alla sua elezione.

Elezione del Papa

(Forma del consenso).

In nome della santa ed indivisa Trinità, Padre, Figlio e Spirito santo.
lo N., eletto papa, col cuore e con la bocca confesso e prometto a Dio onnipotente, la cui chiesa col suo aiuto mi accingo a governare, e al beato Pietro, principe degli apostoli, che, fino a che vivrò questa fragile vita, crederò e terrò fermamente la fede cattolica come è stata tramandata dagli apostoli, dai concili generali, e dagli altri santi padri, specialmente dagli otto santi concili universali, e cioè dal primo di Nicea; dal secondo, di Costantinopoli; dal terzo, primo di Efeso; dal quarto, di Calcedonia; dal quinto e sesto, ugualmente di Costantinopoli; dal settimo, di Nicea; dall'ottavo, similmente di Costantinopoli; ed inoltre dal Lateranense da quelli di Lione, di Vienne, di Costanza, e di Basilea, concili generali anch'essi; prometto di conservare intatta questa fede fino all'ultima sillaba (28), di difenderla e di predicarla fino all'effusione della vita e del sangue; e similmente di seguire in ogni modo e di osservare il rito dei sacramenti della chiesa ad essa trasmesso.
Prometto anche di lavorare fedelmente per la difesa della fede cattolica, per la estirpazione delle eresie e degli errori, per la riforma dei costumi, e per la pace del popolo cristiano.
Giuro anche di attendere alla celebrazione dei concili generali e alla conferma delle elezioni, secondo le prescrizioni del sacro concilio di Basilea.
Ho sottoscritto questa professione di mia mano: la offro a te, con mente sincera, sull'altare, o Dio onnipotente, cui nel giorno del tremendo giudizio dovrò render conto di questo e di tutte le mie opere. Ripeterò solennemente questa professione nel primo concistoro pubblico.
Perché col passare del tempo una cosi salutare prescrizione non venga dimenticata dal sommo pontefice, ogni anno, nel giorno in cui si celebra l'anniversario della sua elezione o della sua incoronazione, durante la messa il primo dei cardinali presenti, pubblicamente, ad alta voce, legga in questo modo dinanzi al sommo pontefice: "Santissimo padre, rifletta la tua santità e consideri attentamente questa promessa che ha fatto a Dio il giorno dell'elezione". Quindi la legga; e in fine dica: "Veda, dunque, la santità tua, per l'onore di Dio, per la salvezza della sua anima, per il bene della chiesa universale, di osservare come meglio può quanto è stato premesso, in buona fede, senza inganno e frode.
Ricordati anche di chi fai le veci in terra: di colui, cioè, che diede la sua vita per le pecore (29), che per tre volte, prima di affidarle a Pietro, gli chiese se lo amasse (30); e che, giusto giudice, cui nessun segreto è nascosto (31), ti chiederà conto fino all'ultimo centesimo (32).
Ricordati di quanto hanno fatto il beato Pietro e gli altri pontefici che gli successero. Essi non pensarono ad altro che all'onore di Dio, alla propagazione della fede, al pubblico bene della chiesa, alla salvezza e all'utilità dei loro figli. E finalmente, ad imitazione del maestro e Signore, non esitarono a dar la vita per le pecore loro affidate.
Non voler accumulare tesori in terra, per te o per i tuoi, dove la tignola e la ruggine li consumano, dove i furfanti e i ladroni scassinano; ma accumula per il cielo (33).
Non fare accezione di persone, di sangue, di patria, di nazione (34). Tutti sono figli di Dio e affidati ugualmente alla tua cura. E di', come Cristo: Chi farà la volontà del Padre mio, che è nei cieli, quegli è mio fratello, mia sorella, mia madre (35).
Nell'assegnare le dignità e i benefici, non considerare la carne, i doni, o altro motivo temporale, ma solo Dio, le virtù e i meriti delle persone. Nel correggere i difetti, usa la disciplina ecclesiastica, memore di quale grazia meritò Pincas (36), di quale pena meritò Eli (37), l'uno riparando le
ingiurie fatte a Dio, l'altro fingendo di non vedere. Difendi; aiuta e sostieni i poveri e i miseri. Usa con tutti una paterna carità".
Terminate le solennità dell'incoronazione – e poi ogni anno dopo l'anniversario dell'incoronazione – almeno per otto giorni di seguito il sommo pontefice studi attentamente con i cardinali quale sia il modo migliore per mettere in pratica quello che con tanta solennità ha promesso a Dio.
E per prima cosa esamini con attenzione in quale parte del mondo la religione cristiana sia perseguitata dai Turchi, dai Saraceni, dai Tartari, e dagli altri infedeli; in quale regione prosperi l'eresia, lo scisma o qualsiasi altra specie di superstizione; in quali province i costumi, l'osservanza dei divini comandamenti e il retto modo di vivere vadano peggiorando, sia nel campo ecclesiastico che in quello secolare; ove, inoltre, la libertà della chiesa viene conculcata; tra quali re, principi e popoli imperversino gli odi, le guerre, o i pericoli di guerre. E dovunque come padre pietoso, cerchi di provvedere diligentemente, assieme ai suoi fratelli, con opportuni rimedi.
Provveduto a questi affari di carattere più universale ponga mano a ciò che gli è più vicino; e cominci ad ordinare in modo esemplare la casa, la servitù, la curia romana, dove e come riterrà necessario, e a riformarle sul serio, di modo che dalla sapiente riforma di quella che è la prima di tutte le altre chiese, le altre, che sono minori, sappiano attingere la purezza dei costumi, e non si dia ad alcuno occasione di calunnia e di maldicenza.
Cercando, quindi, di vigilare attentissimamente e di far vigilare sui grandi e sui piccoli, non tardi a correggere tutto ciò che egli troverà degno di correzione, e non lo dissimili, ben sapendo che doppio è il peccato: uno, quello che li si commette; l'altro, assai più grave, quello che ne consegue. Qualsiasi cosa, infatti, si compie nella curia romana facilmente viene preso come esempio. Di conseguenza, se languisce il capo, il male invade tutto il resto del corpo. La casa del pontefice, invece, e la curia devono essere come uno specchio terso; e gli altri, guardandolo, devono potersi conformare ad esso e vivere secondo il suo esempio.
Disperda, perciò, e sradichi del tutto da esse qualsiasi macchia di simonia, qualsiasi indegno concubinato, e qualsiasi cosa che possa offendere Dio o scandalizzare gli uomini.
Curi che i suoi impiegati non amministrino male i loro uffici; che non gravino nessuno, che non estorcano nulla abusando del loro potere o illecitamente; e che i capi degli officiali non permettono che le loro mancanze restino impunite. Non permettono neppure che qualcuno usi vesti e colori proibiti dai sacri canoni.
Istruisca con cura il clero romano, che gli è particolarmente e immediatamente soggetto, in ogni virtù ecclesiastica, ammonendolo che Dio non si compiace delle pompe dei vestiti, ma dell'umiltà, della dignità, della purezza della mente, della semplicità del cuore, della santità dei costumi, e dell'ornamento delle altre virtù: queste raccomandano chi le ha a Dio e agli uomini.
Riformi, inoltre il culto divino nelle chiese di Roma perché venga esercitato con la venerazione e disciplina che si conviene. Insegni, istruisca, diriga il popolo di Roma, che è la sua parrocchia per la via della salvezza. Imponga ai cardinali che visitino e riformino i loro titoli e le loro parrocchie, come è dovere del loro ufficio. Costituisca vicario in Roma un prelato di grande scienza, di vita provata ed esemplare, il quale eserciti la cura di vescovo in sua vece verso il clero e il popolo. E si informi spesso se questi attende diligentemente al suo ufficio………………………………………………….


                                                                                                              Stefano Gavazzi

martedì 3 maggio 2011

I FRATELLI MAGGIORI NELLA FEDE

Ecco i nostri fratelli maggiori nella fede che secondo NA non sono colpevoli della morte di Gesù.
Non ho avuto il coraggio di finirlo di guardare nonostante la donzella in "bikini", si sappia però cosa pensano di Gesù i "fratelli maggiori".
Qualcuno dirà: ma è una sola!
Errato tutti sanno quante persone lavorano per un programma anche piccolo e quanti israeliani avranno visto e "imparato" le lezioni di storia di toffee il gorilla.(così sembrerebbe chiamarsi il programma)
Un grazie alla gerarchia ecclesiastica che permette queste cose contro l'unico Dio vero, Signore e Salvatore di tutti e soli gli uomini che crederanno in lui: non uno in più, non uno meno!
Vergogna!


La traduzione sul video chiaramente non è mia che, fortunatamente non conosco la loro lingua, quindi non so se è esatta.