venerdì 26 agosto 2011

SE SIA CORRETTO PARLARE DI "DIGNITÀ DELLA PERSONA UMANA"

Riporto il testo integrale di un interessantissimo ma significativo, seppur breve, articolo sulla dignità umana, tratto da SISI NONO sugli errori conciliari, in particolare l’errato concetto di dignità della persona applicato alla natura umana e non, come si dovrebbe, anche ai soggetti.
In realtà come si vedrà lo scopo è proprio di arrivare alla disgregazione della redenzione e l’esaltazione dell’uomo che si fa Dio.
E’ l’ennesima prova del deragliamento dottrinale dovuto all’abbandono della filosofia perenne guida sicura per arrivare a Dio. (tra parentesi i riferimenti degli argomenti che si possono approfondire in San tommaso)

La corretta nozione di persona (ST I q29, III q2 a2)

BOEZIO definisce la persona: "substantia individua naturae rationalis" e S. TOMMASO: "individuum rationalis naturae " o "subsistens in rationali natura " . Vale a dire la persona è un soggetto, ossia un individuo dotato di natura razionale. (ST I q29 )
La persona, quindi, è un soggetto fornito di intelletto e volontà libera; essa è sui juris (cioè esiste e agisce indipendentemente da un altro soggetto), plene et perfecte cosciente di esistere e agisce liberamente), è autonoma nell'essere (poiché in quanto sostanza, che è "id cui competit esse in se", che ha l'essere di per sé, non ha bisogno di un'altra realtà cui appoggiarsi), è autonoma nell'agire (poiché, grazie alla sua natura razionale è padrona dei propri atti: agere sequitur esse).
Alla persona spettano diritti e doveri, ossia il diritto e il dovere o l'obbligo morale di fare qualcosa, poiché la persona, sebbene sia indipendente intrinsecamente (Pietro non è interscambiabile con Paolo), tuttavia estrinsecamente è dipendente dalla Causa prima, dalla quale riceve l'essere ed ogni altra cosa e quindi ha doveri ed obblighi rispetto a Dio e all'ordine da Lui stabilito.
La persona è capace di merito e demerito, poiché, essendo indipendente intrinsecamente, ma dipendente estrinsecamente da Dio, quando agisce, è tenuta a scegliere il bene ed evitare il male, ossia ad ordinare la sua azione a Dio e ad allontanarla dal male, che la priva di Dio. Perciò la persona è capace di premio se merita e di pena se demerita. Infine essa è capace di cogliere il proprio scopo, in quanto, cosciente e libera, può conoscere la natura di fine delle cose e portarvisi da sé. Ora, se il fine è intrinseco all'azione (per vedere un oggetto), la persona muovendosi verso il fine l'ottiene (vedendo, colgo l'oggetto posto davanti ai miei occhi), mentre, se lo scopo è un bene estrinseco alla persona, per esempio Dio, essa lo può soltanto meritare e non ottenere da sé.

Si può parlare di dignità della "persona umana"?

La dignità è una qualità che conferisce a qualcuno una certa superiorità (che non tutti hanno) e lo distingue dagli altri.
L'uomo ha dignità relativamente alle creature non razionali (minerali, vegetali e animali), ma non ha una dignità assoluta o per se stessa, come invece asserisce il personalismo. La dignità umana è dovuta alla natura umana razionale nella quale sussiste, ma non appartiene al soggetto o persona in sé o, meglio, la dignità appartiene direttamente e in primo luogo alla natura e secondariamente alla persona, che sussiste in tale natura razionale. Parlare di "dignità della persona umana", dunque, non è esatto; è più esatto dire "dignità della natura umana" in cui la persona sussiste (ST I q29 a3 ad2).

I1 soggetto non è suscettibile di più e di meno: o è soggetto o non lo è. Quindi tutti i soggetti, in quanto tali, sono eguali e, solo per il fatto che un soggetto sussiste in una natura determinata, si può stabilire una scala di dignità tra i vari soggetti, non in quanto soggetti, ma a causa dell'ineguaglianza della natura (minerale, vegetale, animale o razionale) nella quale essi sussistono.
Paolo ha una dignità che un mattone, un cipresso o un cane non hanno, poiché sussiste in una natura razionale, che essi non hanno.

Due aspetti della dignità

La dignità si distingue in:
a) dignità radicale-ontologica (che riguarda l'essere): è la dignità della persona che è radicata e fondata su una natura umana razionale.
Radicalmente tutte le persone sono uguali, in quanto tutte sono radicate in una natura umana e razionale, e solo questa dignità è inammissibile cioè non si può perdere, contrariamente a quanto insegna il personalismo.
b) dignità totale morale o pratica (che riguarda l’agire): è la dignità della persona considerata totalmente, nel suo essere e nel suo agire. La dignità totale della persona è data dai suoi atti buoni. Totalmente non tutti sono uguali: c'è chi fa il bene ed è buono e chi fa il male ed è cattivo. Infatti l'azione propria dell'uomo è conoscere il vero (intelletto) e amare o volere il bene (volontà). Vi sarà dignità totale-morale solo se la persona conosce il vero e ama il bene; mentre, se aderisce all'errore e ama il male, perde la dignità totale-morale, anche se radicalmente conserva la natura umana razionale.
LEONE XIII insegna: "L'intelletto e la volontà che aderiscono all'errore e al male decadono dalla loro dignità nativa e si corrompono”1 (Immortale Dei). S. TOMMASO spiega: "Col peccato l'uomo abbandona l'ordine della ragione, egli perciò decade dalla dignità umana, che consiste nell'essere per se stessi e nell'agire per il bene, degenerando così, in qualche modo, nell'asservimento proprio delle bestie, il quale implica la subordinazione all'altrui vantaggio (es. del cavallo al cavaliere, del peccatore a Satana) ... un uomo cattivo è peggiore di una bestia".2

L'inesistente diritto delle false religioni

La conseguenza pratica di quanto sopra è che il diritto di agire è fondato solo sulla dignità totale e non sulla dignità radicale. Agire male, aderendo all'errore, significa perdere la dignità totale, che consiste nell' agire bene, pur conservando quella radicale (la natura umana razionale). Non esiste, perciò, per la persona umana il diritto di professare l'errore e di fare il male: la persona umana, agendo male, perde la dignità totale, che sola fonda il suo diritto ad agire.
PVI con guru
GIOVANNI XXIII quando asserisce che bisogna distinguere tra errore ed errante (mentre le azioni sono dei suppositi o soggetti, come insegna S. TOMMASO, per cui se non ci fossero erranti, non vi sarebbero neppure errori) e sostiene che l' errante non perde mai la sua dignità di persona umana, non distingue tra dignità radicale e dignità totale della persona umana e perciò dimentica che questa perde la dignità totale, la quale è il fondamento del suo diritto ad agire.
Il Concilio Vaticano II insegna, poi, che "In Lui (il Verbo) la natura umana è … perciò stesso è stata innalzata, anche in noi, ad una dignità sublime ... Con l'Incarnazione il Figlio di Dio si è unito ad ogni uomo". S. TOMMASO, invece, insegna, con tutta la Chiesa, che il Verbo non s'è unito alla natura umana universale, ma solo a quella individuale di Gesù Cristo (Cristeità)3. Perciò il Verbo incarnandosi ha divinizzato, per l'Unione Ipostatica, solo quella natura individua che ha assunto (la Cristeità), e non "ogni uomo"; altrimenti ogni uomo, avendo la natura umana per ciò stesso, sarebbe divinizzato e non avrebbe più bisogno di Redenzione. Per di più GIOVANNI PAOLO II asserisce: "Il Verbo si è unito ad ogni carne, specialmente all'uomo ... Dio
è immanente al creato e lo vivifica dal di dentro". La discontinuità con la fede tradizionale della Chiesa è evidente.

Conclusione
La dignità radicale, o natura razionale considerata nel suo essere, non può fondare il diritto di porre atti "religiosi" anche in foro esterno (libertà religiosa). Infatti porre atti cattivi (nel caso, aderire ad una falsa religione) significa perdere la dignità totale (dell'agire bene). Quindi non esiste il diritto, per la persona umana, di professare l'errore e fare il male; non esiste il cosiddetto "diritto" di libertà per le false religioni, le quali possono essere solo tollerate per evitare mali maggiori (tolleranza pratica, non dogmatica, perché dice sempre ordine ad un male che si permette per qualche ragione proporzionata) .
Il diritto alla libertà religiosa è una conseguenza teologicamente falsa dell'errore filosofico sulla dignità assoluta e inammissibile della persona umana. Infatti per il Concilio Vaticano II è la dignità della persona umana che fonda il diritto alla libertà religiosa, ossia il diritto di porre atti religiosi anche di false religioni in foro esterno e cioè pubblicamente. Tale dottrina è in contraddizione e in rottura sia con il Magistero tradizionale della Chiesa (v., ad esempio, Leone XIII, Immortale Dei). sia con la retta ragione elevata a scienza filosofica da S. Tommaso D'Aquino, il Dottore Ufficiale e Comune della Chiesa.

NOTE:
1- A tal proposito l’enciclica Immortale Dei (1885) non fa che ribadire la dottrina di sempre sulla società cristiana e condanna la libertà religiosa sia dell’uomo che degli stati degenerati che mirano a sottomettere la Chiesa alle autorità civili, negandole quel primato assoluto di natura divina che di diritto le spetta come guida del potere temporale, qualunque sia la forma di governo attuata: La libertà, come virtù che perfeziona l’uomo, deve applicarsi al vero e al bene; la natura del vero e del bene non può mutare ad arbitrio dell’uomo, ma rimane sempre la stessa, e non è meno immutabile dell’intima natura delle cose. Se la mente accoglie false opinioni, se la volontà sceglie il male e vi si dedica, l’una e l’altra, lungi dall’operare per il proprio perfezionamento, perdono la loro naturale dignità e si corrompono. Ciò che è contrario alla virtù e alla verità, dunque, non deve essere posto in evidenza ed esibito: molto meno, difeso e tutelato dalle leggi.
Questo insegnamento è in netto contrasto con quello del concilio Vaticano II e, soprattutto, confermato dai fatti!

2- Anche san Pio X così si esprimeva a riguardo dello stato sociale e della dignità umana: [La dignità umana può essere concepita solo come una libertà nel quadro di una morale]
Infine il Sillon pone, alla base di tutte le falsificazioni delle nozioni sociali fondamentali, un’idea falsa della dignità umana. A suo avviso, l’uomo sarà veramente uomo, degno di questo nome, soltanto a partire dal giorno in cui avrà acquisito una coscienza illuminata, forte, indipendente, autonoma, che può fare a meno di un padrone, che ubbidisce solo a sé stessa ed è capace di assumere e di portare senza cedere le più gravi responsabilità. Ecco i paroloni con cui si esalta il sentimento dell’orgoglio umano; come un sogno che trascina l’uomo, senza luce, senza guida e senza soccorso, sulla via dell’illusione, dove, aspettando il gran giorno della piena coscienza, sarà divorato dall’errore e dalle passioni. E questo gran giorno, quando verrà? A meno di cambiare la natura umana (il che non rientra nel potere del Sillon), verrà mai? E i Santi, che hanno portato la dignità umana al suo apogeo, avevano tale dignità? E gli umili della terra, che non possono salire tanto in alto e si accontentano di tracciare modestamente il loro solco nel ruolo che la Provvidenza ha loro assegnato, compiendo con energia i loro doveri nell’umiltà, nell’ubbidienza e nella pazienza cristiana, non sarebbero degni del nome di uomini, proprio loro che il Signore sottrarrà un giorno alla loro condizione oscura, per insediarli nel cielo fra i principi del suo popolo?
.(Notre Charge Apostolique)


3 Natura seconda particolare o Cristeità; questa non è una persona altrimenti in Cristo ci sarebbero due persone, il che risulterebbe eretico.(ST III, Q4)
Per poter sostenere l’immanenza vitale, che sfocia poi nel panteismo, per cui ogni uomo sarebbe salvato con l’incarnazione di Cristo, i modernisti devono sostenere l’errata tesi dell’unione con la natura umana (Natura prima universale)  ma che l’unione avvenga nella natura la Chiesa lo ha condannato nel concilio di Calcedonia (451) il quale dichiara che le due nature si uniscono “in una sola persona e una sola ipostasi”, quella del Verbo, sebbene il termine “ unione ipostatica sia stata sancita nel Concilio di Costantinopoli (553)
Il dogma fu definito già comunque ad Efeso nel 431.
Il dottore Angelico spiega benissimo i motivi per cui l’unione non avviene nella natura.(ST III, q1 a1 r)

lunedì 8 agosto 2011

CINQUE GIORNI VALGONO UNA VITA…ETERNA!

Nel 1548 papa Paolo III così scriveva”…Perciò Noi, che abbiamo fatto esaminare gli insegnamenti e tali Esercizi …. Li abbiamo riconosciuti pieni di pietà e di santità e che sono e saranno molto utili e salutari per l’edificazione e spirituale profitto dei fedeli… e tutte e singole le cose in essi contenute, con nostra certa scienza approviamo, lodiamo e, col patrocinio del presente scritto, comunichiamo.
Molto esortiamo tutti i singoli i fedeli di Cristo d’ambo i sessi dovunque stabiliti che vogliano usare gli insegnamenti ed Esercizi tanto pii ed essere in quelli devotamente istruiti.”( Bolla 31/07/1548)
Sant'Ignazio di Loyola
Non mancarono altri santi Padri di rimarcare l’importanza di questi Esercizi, ad esempio Pio XII, lo stesso San Pio X diceva:"...il metodo di S. Ignazio è particolarmente adatto a prevenire le menti e i cuori dalle insidie nascoste del Modernismo..." (Exercitiorum spiritualium 8/12/1904)
Mentre Pio IX così si espresse a riguardo: “….(S. Ignazio)  ritiratosi nella grotta di Manresa, ammaestrato dalla stessa Madre di Dio nell’arte di combattere le battaglie del Signore, ricevette come dalle mani di Lei quel perfetto codice….di cui deve far uso ogni buon soldato di Gesù Cristo” (Meditantibus nobis 3/12/1922)
All’insegna di questi esercizi si sono formati santi come Carlo Borromeo, Francesco di Sales, Vincenzo de Paoli, il grande Giovanni Bosco e molti altri.
Oggi, da quel che mi risulta, solo la fraternità San Pio X propone, in Italia, in forma ridotta ma originale, “questa ricchezza irresistibile di grazie”. (5 giorni dalle 12.00 del lunedì alle 12,00 del sabato)
Sotto la sapiente guida di don Fausto e don Emanuele questa miniera di grazie ha prodotti frutti copiosissimi in me e in tutti i fratelli presenti.
E' necessario che gli Esercizi trovino nuovamente quella centralità che hanno contraddistinto la militanza dei fedeli nella gloriosa epoca passata della nostra Chiesa Cattolica.
E’ pertanto sotto il motto perseverare, ritornare e reclutare che scrivo queste poche righe nell’esortare tutti voi, fedeli fratelli che leggete, a “saccheggiare” questa miniera inesauribile di grazie, indispensabile per proseguire la lotta intrapresa contro il demonio e i suoi satelliti.
Non mancherò, nel tempo a venire, se Iddio me lo concederà, di perseverare e ritornare, per ora, da buon militante e nello spirito di S. Ignazio, mi limito al reclutare.

                                                                                                                      Stefano Gavazzi
Informazioni sulle date: Priorato di Albano Laziale
www.sanpiox.it

giovedì 28 luglio 2011

IL VERO PERICOLO: L’ERMENEUTICA DELLA CONTINUITA’


Ogni regno discorde cade in rovina e nessuna città o famiglia discorde può reggersi. (Mt 12:25)
E’ quello che gli ermeneutici della continuità sono destinati a vivere, una caduta rovinosa li attende quando la Verità ed il cuore immacolato di Maria trionferanno.
Dietro i dibattiti contro i “tradizionalisti” (termine che a me non piace, io parlerei di cattolici) e sedevacantisti sul concilio Vaticano II, recentemente infatti c’è ne stato ancora un altro molto acceso tra “menti elette” (così si autodefinisce Padre Cavalcoli) sull’infallibilità, i gradi di insegnamento e la continuità del concilio stesso, viene messo in luce come essi siano discordi in se stessi, ostinandosi ad appoggiare la continuità dichiarata dal Santo Padre Benedetto XVI.
Tutto ciò dimostra quello che da sempre i Cattolici sostengono cioè che il concilio Vaticano II rompe con il precedente magistero.
In particolare, lo fanno, prendendosela con “due delusi” (ne dubito) Mons Gherardini e il Prof. De Mattei.
Ma come vedremo, questa discussione mette in evidenza come, con accentuazioni diverse, la gerarchia ecclesiastica stia andando alla deriva.
Per iniziare vorrei citare una frase di Mons Gherardini (Qui) : "Se si vuol continuare a incolpare il solo postconcilio, lo si faccia pure, perché effettivamente non è affatto privo di colpe. Ma bisognerebbe anche non dimenticare che esso è figlio naturale del Concilio, e dal Concilio ha attinto quei principi sui quali, esasperandoli, ha poi basato i suoi più devastanti contenuti".
Come dagli torto. Mah!
Nel dibattito (Leggi Qui) leggiamo la replica di MARTIN RHONHEIMER a BASIL VALUET : La mia affermazione che "Pio IX comprendeva la sua condanna della libertà religiosa come una necessità di ordine dogmatico" non contraddice la mia affermazione che non era stata insegnata come definitiva. Nemmeno è in contrasto con la mia posizione il fatto che Pio IX si era rifatto alla "dottrina delle sacre Lettere, della chiesa e dei santi Padri". Affermarlo, come fa Basile Valuet, equivale a ignorare interamente il nucleo della mia argomentazione, secondo la quale per Pio IX la libertà di religione, specialmente il diritto alla libertà di culto, implicava indifferentismo e relativismo religioso, e quindi difendere la libertà religiosa equivaleva ad affermare che tutte le religioni avevano lo stesso valore di verità. Una volta collegata la libertà religiosa all’indifferentismo religioso, essa ovviamente diventa una posizione persino eretica. Ciò che cambiò con il Vaticano II non fu che da lì in poi l’indifferentismo religioso non fosse più percepito come contrario al dogma cattolico, ma che esso non fosse più visto come un'implicazione necessaria del diritto alla libertà religiosa (questo cambio suppone anche il cambio di concezione della relazione fra potere temporale e spirituale, e della natura e dei compiti dello stato). Questa mia argomentazione è confermata dalla lettera apostolica "Post tam diuturnas" di Pio VII del 1814 che condanna la libertà di culto proprio come eresia, con l’argomento che essa implica l’affermazione che tutte "le sette eretiche" sono ugualmente vere come la Chiesa cattolica e che "tutti gli eretici sono sulla buona strada". Qui appunto c’è la discontinuità: il Vaticano II non vede più nella libertà di religione tali implicazioni d’indifferentismo, perché opera con un concetto diverso di Stato e di potere temporale (cosa che, come ho citato, Benedetto XVI afferma esplicitamente).
Infine dice: Certamente, e a mio avviso fortunatamente, su questo punto tra la posizione "preconciliare" e quella del Vaticano II, come ha rilevato Benedetto XVI, c’è discontinuità.
Non è quindi vero che la libertà religiosa come diritto civile, affermata dal Vaticano II, che implica libertà dalla costrizione da parte dello Stato in materia religiosa, non sia stata condannata da Pio IX. Ma – e questo è il nucleo della mia argomentazione, totalmente ignorato da Valuet – essa era stata condannata, sulla base di una determinata visione tradizionale dei rapporti fra Chiesa e Stato e della natura stessa dello Stato e quindi dei suoi "obblighi verso la vera religione e l’unica Chiesa di Gesù Cristo", in quanto necessariamente implicante l’indifferentismo religioso e appunto per questo ritenuta contraria al dogma cattolico (ed è qui il suo nucleo perennemente valido, nel quale si mostra anche la continuità a livello dogmatico). Il tentativo, infine, di Basile Valuet, nella sua intenzione certamente lodevole, di costruire un principio di diritto naturale P3 capace di contenere in se tanto la verità delle condanne di Pio IX quanto quella dell’insegnamento del Vaticano II, mi pare assai complicato, poco convincente – in fondo contraddittorio – e soprattutto superfluo
Rhonheimer è definito “ratzingeriano” eppure è in disaccordo con altri difensori della continuità.
Ma gli ermeneutici della continuità si ostinano imperterriti a dichiarare, anche con fatti che dimostrano il contrario, che esiste continuità contro le tesi sia dei modernisti (addirittura) che dei cattolici (l’esempio di cui sopra è emblematico).
Che negli insegnamenti del Vaticano II ci siano insegnamenti infallibili (di primo e secondo grado) è chiaro anche a mio figlio, il problema sono le novità, in realtà anche gli insegnamenti di primo e secondo grado contengono delle ambiguità.
P. Cavalcoli, quindi, come sempre, si schiera per la continuità e proclama che tutti gli insegnamenti del concilio Vaticano II, anche le novità sono infallibili, citando continuamente la Ad Tuendam Fidem.
Ma Valuet, giustamente, sconfessa Cavalcoli: sono assolutamente d’accordo che ci sono insegnamenti infallibili nel concilio Vaticano II, su punti del primo e del secondo grado. La mia osservazione non lo negava.
Ma non ci sono definizioni del primo grado né atti definitivi del secondo  grado. Questo deve essere infatti scartato a causa dei testi della Commissione teologica del Concilio durante il Concilio (perché non si trova nessun testo che indica espressamente l’intenzione di definire)
(che dovrebbe essere per i teologi il punto di partenza mentre p. Cavalcoli neanche prende mai in considerazione), e di diversi testi di Paolo VI alla chiusura e dopo il Concilio.
Si tratta invece solo di punti formalmente rivelati (1° grado) o connessi (2° grado) che erano o già definiti con definizioni dogmatiche (1° grado) o con “atti definitivi” (2° grado) anteriori, o già insegnati come definitivi dal magistero ordinario universale (sia del 1° sia del 2° grado).
 
Come detto, se in un documento c’è scritto che Gesù è il Figlio di Dio, non si fa fatica a comprendere che questa dichiarazione gode dell’infallibilità anche senza l’intenzione di definire.
Valuet continua così: Pertanto, se degli insegnamenti del Concilio Vaticano II sono infallibili, questo non è dovuto all’infallibilità del concilio stesso, ma all’infallibilità di atti o consensi universali anteriori.
Ovviamente, si può ulteriormente costruire un argomento “a fortiori” a partire da là, “de facto”, perché ci sono cose infallibili nel Concilio. Però, non le cose “nuove”, che non venivano ancora definitivamente insegnate dal Magistero, visto che, per ipotesi, sono nuovamente insegnate dal Concilio. Ora, sono solo le dottrine nuove che fanno problemi per Mons. Gherardini e il Prof. De Mattei. (e vorrei vedere)
Si tratta in particolare, e forse soprattuto, dell’esistenza del diritto alla libertà religiosa, sulla quale appunto la congregazione per la dottrina della fede scriveva nel 1978 all’arcivescovo Marcel Lefebvre, facendo appello non al 2° grado, ma al 3°. (segue citazione lettera)
Ma ecco che interviene P. Cavalcoli che sentenzia: È mia convinzione (appunto sua!) che anche le dottrine nuove del Concilio, in quanto esplicitazione o sviluppo di precedenti dottrine dogmatiche o dogmi definiti, sono infallibili. Infatti mi pare che tutto il nodo del dibattito sia qui. Siamo infatti tutti d’accordo – Gherardini, de Mattei e noi – che le dottrine già definite presenti nei testi conciliari sono infallibili. Ciò che è in discussione è se sono infallibili anche gli sviluppi dottrinali, le novità del Concilio.
Io credo che bisogni rispondere affermativamente a questo quesito perché altrimenti che ne sarebbe della continuità, almeno così come la intende il Papa?
Ma Padre Cavalcoli, io che non sono una “mente eletta”, ma solo retta, vorrei fare alcune considerazioni:
1)      Il terzo grado (che poi sarebbe il secondo visto che ai primi due si deve lo stesso assenso) non esiste se ad esso si deve il medesimo assenso degli altri due. Mi chiedo, poi, ad esempio, perché una costituzione è definita dogmatica, altra pastorale, mentre altre ancora sono dichiarazioni, se sono tutte uguali perché definirle in maniera diversa?
2)      Con questo ragionamento ogni cosa detta dal magistero diventa dogmatica ed infallibile, ma in questo modo il soggetto Chiesa, il magistero vivente,  viene ad identificarsi con l’oggetto dottrina diventando cangiante nel senso di quella tradizione vivente modernista, trasformandosi in soggettivismo, cioè la Chiesa viene ad impossessarsi dell’oggetto che è immutabile (la Rivelazione  con le sue due fonti). Questa sovrapposizione tra soggetto ed oggetto, molto cara al teologo Ratzinger, è comprovata con un esempio:la tesi su San Bonaventura fu bocciata e definita storicistica, modernista, soggettivistica e tendente all’evoluzione eterogenea del dogma dal teologo Michael Schmaus proprio per questo primeggiare, inglobare e sorpassare l’oggetto da parte del soggetto (su questo punto vedasi Card. Ratzinger, O.R., 27.6.1990). L’unica voluntas definendi del concilio è stato il non voler definire e questa voluntas non è seguita dagli ermeneutici della continuità; continuità, che esiste, nel soggetto Chiesa, diversità nel modo di insegnare, pastorale non dogmatico, ma soprattutto diversità oggettiva nella dottrina. Il magistero vivente (il soggetto) evolve, non certo l’oggetto (la dottrina) che è immutabile, la “tradizione vivente” è l’errore di inglobare l’oggetto nella natura cangiante del soggetto (magistero vivente). Infatti P. Cavalcoli dice: Questo vuol dire non comprendere la saggezza delle parole del Papa. Egli infatti presenta il concetto di una continuità progressiva o evolutiva (non in senso modernistico ma cattolico), della quale ho detto sopra. Questo vale anche per la Tradizione, che egli chiama “viva”. Infatti il Concilio parla di uno sviluppo della Tradizione. Ma allora bisogna dimostrare che anche questo progresso è infallibile. Questo è il vero continuismo rispondente alla "mens" del Santo Padre. Mi sembra evidente quanto sopra dimostrato.
3)      Di cosa dovrebbe parlare il magistero se non di Fede, sebbene parli di morale, giurisprudenza od altro, tutto è collegato alla Fede. La sacra dottrina infatti è principalmente speculativa e secondariamente pratica occupandosi più di delle cose divine che degli atti degli uomini.(ST pI Q1 a4 r)
4)      Lo sviluppo è infallibilmente così definito: Cresca pure, quindi, e progredisca abbondantissimamente, per le età della storia, l’intelligenza, la scienza, la sapienza, sia dei singoli che di tutti, di ogni uomo e di tutta la chiesa, ma solo nel suo ordine, nello stesso dogma, nello stesso senso e nello stesso modo di intendere (Concilio Vaticano I Sess. II Cap. 4). Non mi sembra, da quello che abbiamo sopra riportato, che lo sviluppo, quindi la novità, sia in linea con questa norma infallibile. Questa dichiarazione infallibile, infatti, si riferisce al soggetto fino a Chiesa, poi,  secondo la formula di San Vincenzo di Lerino, all’oggetto che è la dottrina. Di questo avviso sembra essere anche il Prof. Radaelli. Il domenicano invece insiste nel suo dogma ancora non dimostrato ed indimostrabile, se non assurgendosi una superiorità assoluta in qualità di “mente eletta”: nel Concilio esiste un progresso dottrinale, esiste del nuovo, in continuità con l’antico, il quale nuovo come tale è infallibile come l’antico. Niente più canone di Lerino. Lo dice lui, lo conferma il Papa questione finita. Mentre abbiamo visto che persino i suoi colleghi continuisti, documenti alla mano, dimostrano il contrario. Onestamente l’atteggiamento di P. Cavalcoli e di tutti gli altri mostra un velo di fideismo.
5)      Ecco l’errore: partire dal principio che ci sia continuità. Ogni scienza procede da principi evidenti per sé o procedenti da principi che siano superiori (ST pI Q1 art.2 ob 1 ad1), in questo caso la continuità non può essere principio su cui basare un qualsiasi ragionamento, semmai è la conclusione a cui arrivare partendo dai principi che dovrebbero identificarsi nelle affermazioni del magistero, per approdare finalmente all’effettivo sviluppo nello stesso senso e nel medesimo significato. Mi sembra così evidente! In questo modo A=B sempre! Se la conclusione è un principio siamo in presenza di un dogma, ogni novità, qualunque essa sia, diviene un dogma! Il famoso agio quod semper, quod ubique, quod ab omnibus creditum est1 è finalizzato a questo, fare in modo che le novità, o sviluppi, siano in continuità nello stesso senso e nello stesso significato confrontandoli appunto con quanto sempre insegnato dalla Chiesa e, onestamente, P. Cavalcoli non può dimostrare questa continuità se non con un suo dogma, altrimenti, cosa peggiore, se riuscisse a dimostrarlo le porte degli inferi avrebbero prevalso. Tutta, anzi tutte le tesi di P. Cavalcoli avanzano dal “dogma” che sono in continuità e quindi infallibili, partendo da questo principio lui potrà anche sostenere la sua personale tesi della continuità, ma getta, oggettivamente, la Chiesa nella fallibilità dottrinale. Sia i modernisti che i cattolici negano questa continuità, la quale è ben più grave proprio delle posizioni degli stessi apostati per i motivi addotti. Inoltre, se queste novità non sono infallibili, vuol dire che sono fallibili. Ma allora è ammissibile che lo sviluppo di una dottrina di fede o prossima alla fede già definita sia falso? Si, lo ha dimostrato anche Rhonheimer anche lui continuista! Può il nuovo in campo dogmatico essere in contraddizione con l’antico? No! Ma come anche sottolinea Radaelli, il domenicano parte nuovamente dal principio, tutto suo, che le novità siano dogmi. Pur contraddicendosi poco dopo, come fa notare Radaelli, egli parte dal principio che gli sviluppi  di una dottrina definita, qualsiasi sia il livello, sia vera, non curandosi proprio di quanto insegnato dal concilio vaticano I. Ho già dimostrato come la Chiesa rigetti con almeno 25 passi tra Antico e Nuovo Testamento le false religioni e mi si viene a parlare di sviluppo di dottrine già definite. Suvvia. Comunque la ciliegina è Dimostrare la continuità delle dottrine conciliari con quelle precedenti non vuol dire dimostrare una pura e semplice continuità univoca: sarebbe un’impresa disperata, che darebbe ragioni valide a Gherardini e de Mattei. Dobbiamo dimostrare che si tratta di continuità evolutiva, per così dire analogica (“analogia fidei”), che non per questo diventa rottura, ma resta continuità. Lo so che sembra una contraddizione, ma invece così non è. Potrei dimostrarlo, ma qui sarebbe troppo lungo. Rimando solo al trattato classico del domenicano spagnolo Francisco Marín Sola, "La evolución homogenea del dogma católico", pubblicato negli anni ’50. Qui egli appunto mostra il concetto giusto del progresso dogmatico contro la falsa concezione del modernismo. Teorie simili si trovano nell’altro grande teologo domenicano francese, Yves Congar. Congar : noto teologo confratello di P. Cavalcoli negatore dell’inferno, inventore della “collegialità episcopale”, ammiratore di lutero, irenista, sospeso dall’insegnamento tra il 1953-54 e condannato quasi esplicitamente nella “Humani generis”, discepolo degli eretici Chenu (domenicano) e Blondel2 da cui mutuò, come dice lo stesso Cavalcoli, simili teorie “dell’evoluzione omogenea del dogma” come loro la intendono, infatti Congar parla di “tradizione vivente”. (Congar- La Tradizione e la vita della Chiesa, San Paolo, Catania, 1964, pp. 188-192).Mi sembra che tutto quadri, no?3
si è anche inserito il prof. Radaelli e sebbene mi trovi d’accordo su molti punti non lo sono certo quando afferma: non rottura ma anche non continuità….. non si può però ancora parlare in alcun modo di rottura…….però non si può parlare neanche di saldezza, cioè di continuità con la Tradizione.
Nella terza domanda infatti sembrerebbe voler salvare la tesi della continuità o almeno parla in maniera oscura di non continuità: terza domanda: «se noi neghiamo l'infallibità degli sviluppi dottrinali del concilio che partono da precedenti dottrine di fede o prossime alla fede, non indeboliamo la forza della tesi continuista?»
Certo che la indebolite, anzi la annientate. E date forza alla tesi opposta, che continuità non c’è. E questo in odore alla verità.
Ora tra rottura e non continuità (Mancanza di continuità, interruzione nel tempo o nello spazio: d. di movimento; d. della tradizione; d. di una superficie, ecc.; anche in senso fig., di cosa che non sia continua, coerente, unitaria nelle sue manifestazioni o qualità: d. di metodo; d. di tono, di stile; d. di un racconto, di un discorso, ecc – Dizionario Treccani) non si capisce bene come possa conciliarsi la continuità però, anche il prof. Radelli (tradizionalista) esclude dalle sue tesi il vero punto della questione che per loro si risolve nelle continuità a discapito di tradizionalisti, sedevacantisti e modernisti mentre col salvaguardare la continuità si rischia di far passare per fallibile la Chiesa, anzi lo si è fatto. Tentando di conciliare tesi opposte si finirebbe col dare ragione ai nemici della Chiesa che da sempre così la vogliono: non soprannaturale.
Mi sembra, anche in questo caso, l’oggetto sia fatto trascinare all’interno del soggetto.
In tal modo si porta la Chiesa alla fallibilità, mentre, se si tiene fermo che il soggetto è nella continuità, cioè la Chiesa e non l’oggetto, cioè la dottrina (del concilio naturalmente), la Chiesa rimane infallibile. Ego enim sum Deus et non mutor! (Mal. 3,6)
Di questa situazione ne godono gli eretici, gli scismatici e gli infedeli di ogni risma che, ora, infatti, “ben accettano” la Chiesa, tutto ciò perché è il soggetto che, avendo trascinato con se l’oggetto, ha avvicinato più essa a loro che, come dovrebbe essere, loro ad essa.
Da salvare qui non c’è la continuità o, soprattutto, le convinzioni di alcune “menti elette”, c’è da salvaguardare l’indefettibilità della sposa di Cristo e la Verità che essa conserva, protegge e tramanda, mentre gli ermeneutici della continuità con la loro ostinazione stanno facendo il gioco di satana, cercar di far prevalere le porte degli inferi, perché gli sviluppi e le novità del concilio (ma anche gli insegnamenti dogmatici ambigui) in rottura col magistero precedente sono evidenti sia ai cattolici che agli apostati: 2:1 la maggioranza vince!

                                                                                                          Stefano Gavazzi

NOTE:
1) Nell’articolo del Prof. Radaelli c’è un’imprecisione, in realtà la frase di San Vincenzo quod semper, quod ubique, quod ab omnibus creditum est  non è stata recepita dal concilio Vaticano I, quella recepita è eodem sensu eademque sententia (Commonitorium 28) che a mio modesto parere è il fine dell’indagine con cui dimostrare quod semper, quod ubique, quod ab omnibus creditum est, cioè credo che il senso sia che tra due affermazioni dello stesso argomento una antica ed una nuova, per stabilirne la continuità, quindi lo sviluppo (il vero sviluppo omogeneo) nello stesso senso e significato bisogna confrontarlo con ciò che sempre, ovunque e da tutti sia stato creduto. Infatti come riportato sopra il Santo Concilio dice cresca pure….. Mi sembra evidente che nulla c’è di vero e santo nelle altre religioni.

2) Blondel parlava di evoluzione eterogenea del dogma, quindi, pur spacciandola per “omogenea” i novelli teologi si rifanno, tutti, ai loro maestri, in fin dei conti coloro che sostengono la continuità conferiscono alle novità una evoluzione omogenea del dogma mai dimostrata e solo secondo il loro giudizio. E’ un’evoluzione eterogenea spacciata per omogenea mossa da quella tradizione vivente che è cangiante.

3) Come negli scambi epistolari avuti con P. Cavalcoli, il domenicano glissa sui fatti, soprattutto quando c’è di mezzo la massoneria, infatti dovrebbe sapere che l’evoluzione omogenea del dogma in NA, di conseguenza in DH è dovuta agli incontri tra il Cardinal Bea (iscritto alla massoneria) e jules Isaac componente della massoneria ebraica. Lazare Landau  confessa che Yves Congar fu incaricato da Bea e Roncalli di intrattenere incontri segreti con gli ebrei per sapere cosa si aspettassero dai Cattolici alla vigilia del concilio. (Tribune Juive” n° 903, gennaio 1986 e n° 1001, dicembre 1987).Tutte cose ormai risapute e comprovate.
Evoluzione omogenea del dogma!

venerdì 22 luglio 2011

DEDICATO AGLI ERMENEUTICI DELLA CONTINUITA’

Alcuni articoli impiego mesi per prepararli.
Non avevo nulla in questi giorni da postare, poi navigando sul web tra tutte le porcherie postconciliari in cui mi sono imbattutto, su un sito leggo che, tra preti gay, donne preti ed altro, mi spunta fuori il Punk Priest.
Diciamo così è un post di alleggerimento, sebbene non so se ridere o se piangere.
Ma non è il solo, c’è anche l’heavy metal priest.
Uno di questi è un prete, quale?
Il sito http://www.thepunkpriest.com/ , è di proprietà di un prete punkeggiante che nelle sue omelie “has sung” persino “highway to hell” (autostrada per l’inferno) degli ac/dc l’altro invece lo si può ammirare Qui, in questo video.
Casi sporadici si dirà?


No, questa è ormai la normalità, ecco perché nessuno dice nulla e non mancano, comunque, gli artisti anche in Italia come l’Elvis priest (http://www.antoniupetrescu.com/ con tanto di benedizione vescovile del Vescovo Lucio Angelo Renna-almeno nel 2004)

Nonostante queste aberrazioni, gli ermeneutici della continuità continuano a sostenere che non c’è rottura tra il concilio ed il magistero precedente, ma che ci sono solo delle storture postconciliari.
Ma se è così il concilio non si è espresso in modo molto appropriato.

E’ incredibile come il ruolo del sacerdote sia ormai degradato alla stregua di un lavoratore che in sostanza può condurre la stessa vita di un laico ed in più moralmente dubbia.

Concerto Metal nella cattedrale di Tarragona

Anche io suonavo musica metal, andavo a concerti di band hard rock e punk, il mio gruppo preferito era The Ramones, di certo oggi non posso più accettare questo genere di cose, non solo amorali, ma di stampo satanico.
Non è assolutamente accettabile tutto ciò, specialmente da un sacerdotem (da sacer e dot) , poi ci chiedono, anzi ci obbligano (art. 19 U.E) di considerare valida la messa di questi nuovi preti conciliari.

Elvis Priest ad Avezzano 2004

Quale può essere la radice di questi mali, se non l’aver abbandonato la sana dottrina bi millenaria della Chiesa preconciliare per la quale Nostro Signore garantì la sua divina assistenza, quali possono essere i frutti dell’apertura allo spirito del mondo?
Continuano nella loro cecità quelli che dicono che è solo questione d’interpretazione del concilio.
Ogni effetto è proporzionato alla sua causa, dunque se l’effetto è questo, la causa efficiente, ma anche quella esemplare non può essere che malvagia!

Infine dedico questo vergognoso scenario a quelli che sine intellectu continuano, come automi, a ripetere: Ubi Petrus, ibi Ecclesia.
Io chiedo: Ubi Petrus?

                                                                                                          Stefano Gavazzi



mercoledì 6 luglio 2011

LA CHIESA: VOCE DI CRISTO


Come si è visto nei post precedenti, la riunione sincretica di Assisi non può essere accettata, dunque affinché possa darsi una base teologica a tale evento è necessario andare alla fonte di questo fondamento.
Questo argomento verrà sviscerato in altro post, ma vorrei che si ponga l’attenzione alla radice di molte aberrazioni attuate nella Chiesa post conciliare, questi errori hanno comunque una base ecclesiale che va individuata nel Concilio Vaticano II.
Scopri l'elementa acclesiae e vinci!
Nella dichiarazione Nostra Aetate troviamo una frase netta, inequivocabile, nessuno, come qualcuno tempo fa tentò di fare, può cercare di farla cadere nell’interpretazione del testo, tanto risulta chiara: La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni.(NA 2)
A dire il vero ogni volta che leggo questa frase ho degli attimi di, come dire, infervoramento.
Tralasciando l’aspetto teologico del vero e santo, che se Dio me lo concederà, verrà affrontato in seguito, vorrei, invece, soffermarmi sul termine “rigetta”.
La Chiesa cattolica nulla rigetta….
La nostra Santa Chiesa Cattolica, come ben sappiamo, è il Corpo Mistico di Cristo di cui lo stesso Divin Redentore ne è il Capo.
Ora le membra di un corpo ricevono ogni cosa dal suo capo, il quale fa in modo che tutte quante contribuiscano all’intero corpo seguendo le direttive dello stesso.
In questo corpo, il pontefice, vicario di Cristo, è guida suprema ed insieme a lui la chiesa docente.
Questo soggetto (La Chiesa), sempre assistita dallo Spirito Santo (ben’inteso è la Chiesa ad essere assistita non l’uomo in sé) tramanda la volontà del suo Capo che si manifesta attraverso la sacra Scrittura e la Tradizione scritta ed orale le quali compongono l’oggetto della nostra fede:il depositum fidei.
Pertanto ciò che la Chiesa dice equivale alla volontà stessa del suo divin Capo, Cristo, attraverso la Chiesa prende voce la Scrittura e la Tradizione, espressione divina della Verità.
Non solo, ma in materia di fede e di costumi l’unanime consenso dei Padri è da considerarsi autorità irrefragabile, perché equivale alla dottrina stessa della Chiesa: questo è stato l'insegnamento dei Concili Tridentino (sess. IV) e Vaticano I (sess. III, 22), che proibirono di dare alla S. Scrittura un significato contrario alla dottrina concorde dei Padri della Chiesa.
Vediamo, al fine di capire se la Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni, cosa dice il suo Capo nelle Sacre Scritture, nel nuovo testamento e nell’insegnamento dei Padri della Chiesa.


1)    Antico Testamento:
In quei giorni Dio pronunciò tutte queste parole: Io sono il Signore, tuo Dio, Non avrai altri dei di fronte a Me.  Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché Io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio forte, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma che dimostra il suo favore fino a mille generazioni, per quelle che mi amano e osservano i miei comandi. (Esodo XX, 1-3, 5-6).  Immolarono ai demoni e non a Dio (Deuteronomio, XXXII, 17).  
Tu detesti, chi serve idoli falsi (Salmo XXX, 7)  
L’idolo è maledetto lui e chi l’ha fatto; Perché sono ugualmente in odio a Dio l'empio e la sua empietà; principio di fornicazione fu l’idea degli idoli e il loro concepimento rovina della vita ; dalla sciocca vanità degli uomini furono introdotti nel mondo, perciò è stabilita la loro rapida fine. (Sapienza, XIV, 8,9, 12, 14)
In quella stessa notte il Signore gli disse:….Demolisci l'altare di Baal fatto da tuo padre e taglia il palo sacro che gli sta accanto. (Giudici 6;25)
Devasterò le vostre alture di culto, distruggerò i vostri altari per l'incenso, butterò i vostri cadaveri sui cadaveri dei vostri idoli e io vi avrò in abominio. (Levitico 26:30)
Costoro trascurarono il tempio del Signore Dio dei loro padri, per venerare i pali sacri e gli idoli. Per questa loro colpa si scatenò l'ira di Dio su Giuda e su Gerusalemme.  (2Cronache 24:18)
Tutte le genti che si trovano su tutta la terra si convertiranno e temeranno Dio nella verità. Tutti abbandoneranno i loro idoli, che li hanno fatti errare nella menzogna, e benediranno il Dio dei secoli nella giustizia. (Tobia 14:6)
Perciò ci sarà un castigo anche per gli idoli de (Sapienza 14:11)

i pagani, perché fra le creature di Dio son divenuti un abominio, e scandalo per le anime degli uomini, laccio per i piedi degli stolti.
In quel giorno ognuno rigetterà i suoi idoli d'argento e i suoi idoli d'oro, lavoro delle vostre mani peccatrici. (Isaia 31:7)
Santa Muerte:Scopri l'elementa ecclesiae e vinci!
Innanzi tutto ripagherò due volte la loro iniquità e il loro peccato, perché hanno profanato il mio paese con i cadaveri dei loro idoli e hanno riempito la mia eredità con i loro abomini». (Geremia 16:18)
2) Nuovo testamento:
Sì, gli attributi invisibili di lui [Dio], l’eterna sua potenza e la sua divinità, fin dalla creazione del mondo si possono intuire, con l’applicazione della mente, attraverso le sue opere. Costoro sono dunque senza scusa, perché, pur avendo conosciuto Iddio, né gli diedero gloria, come a Dio, né gli resero grazie, ma vaneggiarono nei loro ragionamenti e il loro cuore insensato s’offuscò. Essi che pretendevano d’essere sapienti, divennero stolti e sostituirono la gloria del Dio immortale con immagini di uomini mortali, di uccelli, di quadrupedi e di rettili.
Disdegnarono di conservare la vera conoscenza di Dio: Iddio li diede allora in balìa della loro mentalità pervertita ed essi compirono cose indegne.
(Romani I, 20-23, 28).
E il Signore a me: Io sono Gesù che tu stai perseguitando. Ma alzati e sta’ ritto, giacché per questo ti sono apparso: per costituirti ministro e testimone , presso i quali [i pagani] io ti mando ad aprire i loro occhi, perché si convertano dalle tenebre alla luce e dal potere di Satana a Dio, e ricevano così il perdono dei peccati. (Atti XXVI, 15-16,18). Ad Atene, nellattesa dei due [Sila e Timoteo], Paolo sentiva uno sdegno profondo all’osservare che la città era piena di idoli (Atti XVII, 16).
[Parla Paolo per convincere il popolo pagano di Listra a non immolare tori in onore suo e di Barnaba] Gente, perché fate questo? Anche noi siamo miserabili uomini come voi, che vi stiamo istruendo per convertirvi da codesti déi vani [falsi] al Dio vivente. 
(Atti XIV, 14).
Mentre Paolo li attendeva ad Atene, fremeva nel suo spirito al vedere la città piena di idoli. (Atti 17:16)
Quando non conoscevate Dio, eravate schiavi di dei, che in realtà non lo sono.
(Galati IV, 8).
Badate che qualcuno non vi faccia schiavi con la vana seduzione di una filosofia ispirata alla tradizione umana, secondo gli elementi del mondo e non secondo Cristo
(Colossesi II, 8).
Figlioli, guardatevi dagli idoli! Amen 
(I Giovanni V, 21).
Che intendo dunque dire? Che la ca
(I Corinti X, 19-22).
rne immolata agli idoli abbia un qualche valore? ovvero che un idolo sia qualche cosa? No, ma che quanto sacrificano i pagani, lo sacrificano ai demoni e non a Dio.  Ora, non voglio che voi siate in comunione con i demoni. Non potete bere alla coppa del Signore e alla coppa dei demoni; non potete prendere parte alla mensa del Signore e alla mensa dei demoni.  Oppure, vorremmo noi provocare ad ira il Signore?  Siamo forse più potenti di Lui? 
Quale intesa tra Cristo e Beliar, o quale collaborazione tra un fedele e un infedele? (2Corinzi 6:15)
Quale accordo tra il tempio di Dio e gli idoli? (2Corinzi 6:16)
3)    Padri della Chiesa
Giustino martire «scrivendo nella metà del II secolo, sosteneva che i poeti pagani e i compositori di miti erano stati sviati in quanto avevano confuso i demòni malvagi con gli dèi ed avevano così cantato le loro azioni (1 Apol. 5, 4; 2 Apol. 5.)»
S. Ambrogio d Milano asseriva: vi è un solo vero Dio, il Dio di Abramo e dei Cristiani, è solo Lui che tutti gli uomini devono adorare, infatti gli dèi dei pagani sono demòni, o alterazioni rustiche e ignoranti della nozione dell’unico vero Dio che Adamo ha trasmesso ai suoi figli (Ep. 17) .
Firmico Materno scrisse attorno al 346 il De errore profanarum religionum con estrema intransigenza nei confronti del paganesimo e chiese agli imperatori di estirpare il paganesimo che per Firmico «era sbagliato in toto ed era opera del demonio»
Rufino di Aquileia - nel 402 - nella sua Historia ecclesiastica scrive che «il paganesimo è un errore mostruoso, opera del demonio, che è il “bugiardo” per antonomasia. Illusione, frode, inganno, menzogna sono presenti dappertutto: le credenze dei pagani sono solo errore e superstizione, il culto che vi si collega è solo magia, delitti e dissolutezze. L’insieme è un’enorme truffa ispirata dai demòni, i cui aiutanti umani - i sacerdoti pagani - si fanno beffe dei malcapitati fedeli, più vittime che colpevoli» (da il paganesimo- Don Curzio Nitoglia)
Abbiamo già letto nei post precedenti: gli uomini allontanando lo sguardo dai beni eterni e volgendolo alle cose corruttibili per suggerimento del diavolo, sono divenuti causa della propria corruzione…divenendo fin dall’inizio inventori del proprio male.(L’incarnazione del Verbo I,5)
Ma sotto l’ombra dei simulacri, è il diavolo a ricevere culto.(Ambrosiaster 1Cor.X,19)
Da quanto sopra esposto la frase la Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni è falsa!
Non è vero, quindi, che la Chiesa guidata dal suo Capo  nulla rigetta delle altre false religioni.
Nulla si può accettare delle altre false religioni.
Purtroppo la gerarchia conciliare insiste, anche in questo caso, nel considerare i punti in comune, dimenticando quanto semplicemente diceva Sant’Agostino: In tutte queste cose essi erano con me; ma non erano e non sono con me in tutte le cose. Non sono con me nello scisma, non sono con me nell'eresia. In molte cose con me, in alcune poche non con me. Ma, a causa di queste poche cose in cui non sono con me, non giova loro l'essere con me in molte. Guardate infatti, fratelli, di quante cose buone parla l'apostolo Paolo; ma ne aggiunge una che, se manca, tutte le altre non servono a nulla. [la carità] (Enarrat. in ps. 54, 19)
Credo a maggior ragione possa dirsi delle false religioni, la Chiesa è la voce del suo Capo, Cristo ed in questo Mistico Corpo non abbiamo due capi, non ci sono due teste: «L’unico corpo della Chiesa una ed unica –scrive Bonifacio VIII nella bolla “Unam Sanctam”- ha una sola testa, non due teste, come un mostro, e cioè Cristo e il suo Vicario, avendo il Signore detto a Pietro: Pasci le mie pecore. Le “mie” Egli dice…».
Qual è la voce di Cristo?
Delle due una, tertium non datur!
Le false religioni non hanno nulla di vero e di santo, invece gli scritti conciliari cercano di far passare i punti in comune come qualche cosa di positivo e di divino: Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente (sic!) riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini. (doppio Sic!) (NA 2)
Non c’è nulla di più falso, la luce che illumina conduce ed attira l’uomo a Dio stesso mentre come abbiamo visto l’idolatria e l’incredulità lo allontanano.
Satana conosce bene la Verità, dovrebbero saperlo i nostri conciliari e quegli elementi di verità di cui parlano lo sono solo per accidens, se si tornasse al sano ragionamento ed alla filosofia perenne, guida sicura per la ricerca della Verità, si capirebbe facilmente che queste affermazioni sono stolte, contrarie a Dio e la vera Fede.
Il santo dottore universale della chiesa ci spiega che la falsità non poggia sul vero che è il suo contrario, come neppure il male poggia sul bene ad esso contrario, ma sul soggetto. E ciò accade, nell'un caso e nell'altro, perché il vero e il bene sono comuni, e coincidono con l'ente. Quindi, come ogni privazione si fonda sopra un soggetto che è un ente, così ogni male poggia su qualche bene, e ogni falsità poggia su qualche verità. (ST p I Q17 a4 ad2)
Ma è proprio l’arte del menzognero ingannare gli incauti con elementi di verità, come si può essere così insensati?
Scopri l'elementa ecclesiae e vinci!
Semplicemente l’opinione falsa è contraria alla Verità, non serve avere punti in comune, perché essa risulterà sempre una falsità.
I contrari e i termini che si oppongono escludendosi l'un l'altro si riferiscono sempre allo stesso soggetto. Quindi nulla vi può essere di contrario a Dio considerato in se stesso, né quanto alla sua bontà, né quanto alla sua verità, dato che nel suo intelletto non vi può essere errore. Nel nostro pensiero tuttavia Dio ha un suo contrario, poiché alla vera opinione su Dio si oppone la falsa opinione. E in questo senso gli idoli sono chiamati menzogne opposte alla verità divina, essendo la falsa opinione che si ha degli idoli contraria all'opinione vera riguardante l'unità di Dio (ib. ad 3).
Vorrei infine citare alcuni elementi di verità e santità del Voodoo: 

There are a number of points of similarity between Roman Catholicism and Vodun:
Both believe in a supreme being.
The Loa resemble Christian Saints, in that they were once people who led exceptional lives, and are usually given a single responsibility or special attribute
Both believe in an afterlife.
Both have, as the centerpiece of some of their ceremonies, a ritual sacrifice and
consumption of flesh and blood
Both believe in the existence of invisible evil spirits or demons
Followers of Vodun believe that each person has a met tet (master of the head) which corresponds to a Christian's patron saint. Fonte:Ht
tp://www.religioustolerance.org/voodoo.htm                                            
                                                                                                                          Stefano Gavazzi